Piante coltivate in spazi chiusi e minuscoli. Ecco come fare, con i consigli di un esperto

Scritto da Càrola Ciotti |    Ottobre 2008    |    Pag.

Fotografa. Collabora dal 1994 con l'Informatore, soprattutto realizzando immagini, ma ultimamente anche scrivendo testi. Ha iniziato a fotografare nel 1979 dedicandosi da subito allo sviluppo e alla stampa delle proprie immagini in bianco e nero. Nel 1987, dopo alcuni anni di collaborazione con professionisti, apre un proprio studio. Portata alla ritrattistica e alla moda, non trascura il reportage e la fotografia naturalistica. In varie esposizioni ha presentato il frutto di una ricerca sul corpo e sul volto femminile.
Ha partecipato come fotografa ufficiale al festival "France Cinéma". Sue fotografie sono apparse su libri, cataloghi e riviste.

L’idea è a dir poco originale e lascia spazio alla fantasia, che qui può esprimersi liberamente, coniugando amore per le piante e creatività. Stiamo parlando della realizzazione di giardini in miniatura che hanno la caratteristica di vivere in ambienti chiusi e controllati come terrari, bottiglie o campane di vetro.
Ne parliamo con Claudio Nassi che andiamo a trovare nella sua casa vicino Livorno dove vive con la famiglia, un gatto, una tartaruga e moltissime specie di piante: attenzione però, in questa dimora non troviamo piante “normali”.
Niente rose o gerani: Claudio è un esperto collezionista di piante insolite e rare che, con amore e dedizione quasi scientifica, raccoglie - da ormai trent’anni - in giro per il mondo. Definirlo semplicemente un “pollice verde” è riduttivo!

Il botanico e la nave
«La tecnica di coltivazione in ambienti chiusi - spiega Claudio - ha una interessante storia che risale alla metà del 1800. Un botanico inglese, di nome Nathaniel B. Ward, mise a punto un sistema che consentiva alle piante, trasportate sulle navi di ritorno dalle Indie o dalle Americhe, di sopravvivere al lungo viaggio, reso ancor più difficoltoso dalla scarsità di acqua dolce e dall’ambiente salmastro».
All’epoca, infatti, su ogni nave che si recava in continenti lontani viaggiava quasi sempre un botanico col preciso scopo d’intraprendere studi e scoperte sulle specie originarie di quei luoghi: tra i suoi compiti, il più difficile consisteva nel far giungere le sue protette sane e salve alla meta.
Dopo accurate ricerche il dottor Ward riuscì a creare un curioso tipo di mini-serra, simile ad una scatola di vetro - tuttora conosciuta come “cassa di Ward” - dove le piante sopravvivevano senza problemi. I materiali utilizzati, infatti, allora come oggi, consentono di ricreare all’interno del contenitore il “ciclo della pioggia”, grazie al quale le piante possono vivere, autonomamente, per lunghi periodi al chiuso. Vediamo come si compie questo fenomeno e cosa occorre per realizzare un piccolo giardino in bottiglia.
«Le piante coltivate in ambienti chiusi, con quello che potremmo definire “il metodo Ward, assorbono l’umidità dal terreno - prosegue Claudio Nassi –. I pori presenti sulle foglie rilasciano lentamente quest’umidità nel contenitore; l’umidità va a depositarsi sulle pareti di vetro della bottiglia, o del barattolo, e trasformandosi in condensa ricade sulle piante, dissetandole nuovamente».

Con mano ferma
Innanzi tutto è bene procurarsi il tipo di contenitore che preferiamo: tutto può essere adatto, basta evitare quelli in vetro verde scuro che assorbono troppa luce. Per inserire i materiali necessari a comporre il substrato per le piante, senza rischiare di sporcare troppo le pareti del contenitore, occorre costruirsi una specie d’imbuto a collo lungo, servendosi di un foglio di plastica piuttosto rigida.
Il primo strato dovrà essere costituito da materiale drenante: argilla espansa, piccoli sassi, anche colorati - perché no? - vetro, conchiglie; si prosegue inserendo del carbone vegetale sminuzzato (come quello per acquari, di ottima qualità e già in piccoli pezzi): questa fu la vera intuizione del dottor Ward! Il carbone diventa un vero e proprio filtro vegetale che contrasta la formazione di muffe e, in ambiente chiuso, libera acido carbonico, che è un potente concime.
Ultimo e importantissimo elemento è la torba bionda di sfagno, la terra vera e propria dove le piantine affonderanno le loro radici. Questo tipo speciale di torba non produce marcescenza e quindi è indispensabile alla buona riuscita della nostra coltura. Si può acquistare in piccoli sacchetti in qualsiasi negozio di giardinaggio, ad un costo accessibile. Compiute queste operazioni si procede al trapianto.
Bisogna preferire piante che sopportano una certa manipolazione, come felci, mini-orchidee, ederina, ficus nani o tillantsie; di queste specie è necessario reperire esemplari cosiddetti “da composizione”, cioè piccolini e quindi facili da inserire nei contenitori. In autunno e in inverno si trovano piantine di questo tipo presso molti vivai, e basterà scegliere con gusto ciò che ci sembra più adatto.

Vita in bottiglia
Le piantine s’inseriscono nella bottiglia a radice nuda, quindi occorre liberarle del “pane” di terra, avvolgerle in un foglio di plastica sufficientemente rigido (arrotolato a tubo e inumidito all’interno per favorire lo scorrimento delle piante) e spingerle con un bastoncino – delicatamente - fino allo strato di torba. Adesso, con l’aiuto della “zappetta”, si provvede a collocarle nella posizione preferita, smuovendo e pressando la terra intorno; per sostenere la pianta, durante questa fase, possiamo aiutarci anche con le “pinze”, altro attrezzino indispensabile per compiere molte delle operazioni necessarie.
Per costruire questi utensili Claudio consiglia di utilizzare stecche di bambù tagliate a metà, fissando poi alle estremità – ad esempio con un robusto nastro adesivo - l’accessorio adatto per compiere l’operazione: nel caso della zappetta va bene un cucchiaino da the; una forchetta è perfetta per smuovere e sarchiare il terreno, un tampone di gommapiuma per la pulizia delle pareti interne, una lametta da barba per le “potature” e così via.
Ultimata la composizione è necessario, con molta cautela, annaffiare le piante con uno spruzzino e infine tappare il contenitore. Nei giorni successivi bisognerà osservare con attenzione le pareti della bottiglia per verificare la formazione della preziosa condensa. La bottiglia andrà riaperta soltanto per la manutenzione, come la pulizia delle pareti interne o la potatura, e per una mensile spruzzatina d’acqua a rinfrescare le piante. La sua collocazione sarà rigorosamente in appartamento, in un ambiente ben illuminato ma mai a diretto contatto con la luce del sole.

L’intervistato
Claudio Nassi, collezionista, al quale va uno speciale ringraziamento dell’autrice. Info: nassiclaudio@libero.it


Foto di Federico Magonio