A cento anni dalla nascita del futurismo. Le bizzarre proposte culinarie

Scritto da Pier Francesco Listri |    Aprile 2009    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Milano sta celebrando, con viva curiosità e affluenza di pubblico, una grande mostra sul Futurismo, in occasione del centenario della nascita di questo movimento.
Fra le tante cose di cui si occupò, il Futurismo dedicò addirittura un Manifesto a quella che avrebbe dovuto essere la Cucina Futurista: per questo motivo qui ce ne occupiamo. In questi giorni, fra l'altro, i più fortunati fra i visitatori della mostra hanno potuto degustare, in loco, appunto una cena futurista.

Due parole sul Futurismo. Correva il 1909 quando Filippo Tommaso Marinetti firmò e divulgò il primo Manifesto del Futurismo, unico movimento totalmente italiano nella stagione delle avanguardie, il primo che, nel XX secolo, si rivolgeva deliberatamente a un pubblico di massa.

Oltre al "patron" Marinetti, spiccavano nel gruppo i pittori Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Fortunato Depero, l'architetto Antonio Sant'Elia, i musicisti Luigi Russolo e Francesco Balilla Pratella, il regista Anton Giulio Bragaglia.
Essi intendevano avviare un radicale rinnovamento di stile, mentalità e costumi, in un paese, l'Italia, considerato attardato rispetto al resto dell'Europa.

Qual era la scena europea di quegli anni? Il nuovo secolo viveva una frenetica fiducia nel progresso; fiorivano novità come l'elettricità, il cinema, l'automobile; il socialismo risvegliava le masse operaie; albeggiava un clima di guerra imminente (la prima guerra mondiale).
L'Italia si apriva sciaguratamente a sogni di grandezza e di conquiste imperiali, ma in realtà, fresca di una fragile unità nazionale, era un paese quasi totalmente agricolo, con immense sacche di povertà e costumi fortemente legati alla tradizione.

 

A Firenze con l'intonarumori

Non che non fossero anche in Italia, decenni fervidi. Da poco era uscita l'enciclica papale Rerum Novarum, era anche nata la Fiat e il movimento socialista - specie dopo le fucilate milanesi di Bava Beccaris - ribolliva lungo la penisola.

Il futurismo - e Firenze ne fu una delle capitali - intese, con teatrale provocazione ed eccessi fra il ludico e l'eccentrico, rovesciare questa Italia e, sebbene animato da una esigua minoranza di artisti, riuscì a fare molto rumore, grazie a esibizioni, spettacoli, manifesti. Tutto in nome del dominio delle macchine, della velocità come nuova virtù, della assoluta libertà d'invenzione di nuovi linguaggi non solo artistici.

Firenze, si diceva, capitale del Futurismo. Auspice il primo Papini, presso la Galleria Gonnelli di via Ricasoli (ancora oggi felicemente viva) dove si ebbe una celebrata mostra di pittura futurista. Ma fu soprattutto - a parte le baruffe ai tavolini delle Giubbe Rosse, caffè degli artisti in piazza allora Vittorio Emanuele (oggi della Repubblica) - uno spettacolo, passato alla storia, al teatro Verdi a sollevare l'indignazione della buona borghesia fiorentina che accolse i futuristi sulla scena (e il loro sgraziato strumento musicale detto "intonarumori") con lanci di ortaggi e ingiurie.

Chi voglia saperne di più faccia un salto alla grande e bellissima mostra di Milano; qui interessa che cosa proponesse il Futurismo in cucina.

 

Contro la pastasciutta

Già nel 1913, a Parigi, uscì il Manifeste de la cuisine futuriste a firma del cuoco Jules Maincave; alcuni anni dopo, nel 1930, lo stesso Marinetti pubblicò un nuovo Manifesto culinario. Si apriva così la grande crociata futurista contro la pastasciutta, definita "assurda religione gastronomica italiana", considerata cibo borghese e casereccio per un paese con aspettative imperiali. La nuova cucina doveva essere - disse Marinetti - "dinamica, simultanea e rivoluzionaria": era, in sostanza un manifesto contro il popolarissimo, piccolo borghese ricettario dell'Artusi, il più presente allora nelle cucine italiane.

L'Artusi, è noto, uscito negli anni '80 (e dunque coevo di Pinocchio e di Cuore, un tris che conquistò l'Italia intera), si rivolgeva alla borghesia nascente cercando di fornire all'Italia unita una cucina finalmente nazionale, con una astuta miscela di cucine regionali. I suoi ingredienti di fondo erano la tradizione, la parsimonia, l'igiene e una ragionata moderazione. Tutte qualità che per i futuristi erano come fumo negli occhi.

Molti cibi cari al nostro popolo erano dunque dai futuristi rumorosamente banditi: poco pane, niente pasta, via la pizza meridionale e la polenta nordica (i grani importati dall'estero costavano piuttosto cari allo stato).

 

Trote immortali e carne di cammello

Felici di stupire, i futuristi proponevano in cucina problematici accostamenti: carne al rhum, rose accanto a verdure, frutta come contorno del pesce, crema di vaniglia nel risotto, lepre cucinata al cacao. Anche i nomi delle portate erano nuovi: "trote immortali", "cotolette tennis", insomma bene in sintonia con chi, com'è noto, aveva deciso di "uccidere il chiaro di luna". Nuovi infine alcuni cibi consigliati, come la carne di cammello e le noccioline giapponesi.

Freneticamente ipermoderna, la cucina futurista giungeva anche a prevedere come tavola del futuro semplici pasti a base di pillole e una difficile a comprendersi "alimentazione via radio".

Cento anni dopo, molte trovate culinarie futuriste fanno certo sorridere; ma in altre come non vedere l'anticipazione di mode oggi seriamente condivise. La comparsa sulle nostre tavole del pesce crudo e della carne di struzzo; le adorate pillole dietetiche al posto della pastasciutta, o certi abbinamenti della nouvelle cuisine sui piatti dei ristoranti di grido sono forse quanto il futurismo ha regalato alla cucina italiana del Duemila.

 

MOSTRA
Futurismo a Milano

A Milano fino al 7 giugno si svolge al Palazzo Reale "Futurismo 1909-2009: Velocità + Arte + Azione". Un eccezionale evento espositivo, per celebrare il centenario del movimento artistico più eccentrico del XX secolo.

Sono circa quattrocento le opere, oltre 240 delle quali sono dipinti, disegni, sculture, mentre le restanti spaziano dal paroliberismo ai progetti e disegni d'architettura, alle scenografie e costumi teatrali, dalle fotografie fino agli oggetti quotidiani: arredi, oggetti di arte decorativa, pubblicità, moda.

La mostra è il momento centrale di un ricchissimo programma di iniziative promosso dal Comune di Milano, con manifestazioni di teatro, cinema, danza, moda, che faranno della città, per l'intero 2009, la capitale del Futurismo.

Orari: lunedì 14.30 - 20;da martedì a domenica 9.30-20; giovedì 9.30 - 22.30

Biglietti: € 9,00 intero, € 7,50 ridotto, € 4,50 ridotto speciale. Bambini fino a 5 anni gratuito, da 6 a 14 ridotto.

Informazioni: Tel. 0254919 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17);


Foto per Gentile Concessione Confesercenti Siena


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