Nuova generazione di impianti di refrigerazione per i punti vendita Coop

Scritto da Laura D'Ettole |    Gennaio 2000    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

E'
Il freddo amico dell'ozono
una delle minacce che sta aleggiando su questo inizio millennio. Lo scioglimento dei ghiacciai dovuto all'effetto serra potrebbe fra l'altro liberare migliaia di virus sconosciuti, come in una sorta di gigantesca guerra batteriologica senza contendenti. Difficile farsene una ragione, ma una parte della responsabilità nell'alterazione dell'equilibrio atmosferico ce l'ha quell'innocente apparecchio che sta nelle case di tutti noi: il frigorifero. Per fortuna, negli ultimi quindici anni, i più importanti paesi industrializzati si stanno ponendo concretamente il problema. E, d'altro canto, l'innovazione tecnologica sugli impianti di refrigerazione praticamente non sta mai ferma.
La storia comincia a Montreal alcuni anni fa, nell'87 per la precisione. Fu lì che si pensò di vincolare i paesi del mondo per la messa al bando, entro il '95, di quelle sostanze (i cosiddetti Cfc) responsabili dello 'strappo' nello strato di ozono. Sottovalutando in parte, però, la circostanza che esisteva un altro pericolo per l'equilibrio del pianeta: il riscaldamento globale, meglio conosciuto come effetto serra, che influisce notevolmente sulle variazioni climatiche dell'ambiente. A questo punto sono entrati in gioco altri fluidi (gli Hcfc) ma anche questi si sono rivelati non immuni da problemi. La legge italiana, raccogliendo le indicazioni della conferenza mondiale di Kyoto del '97, ne prevede l'eliminazione entro il 2008, i tempi sono comunque maturi per anticipare questa scadenza al 2000. Ma l'attenzione verso i fluidi che danneggiavano l'ozono, ha portato ad una sottovalutazione del contributo di questi gas all'effetto serra. Tipico l'esempio dell'ultima generazione di fluidi, gli Hfc, caldeggiati da molti produttori: hanno un impatto sull'ozono praticamente nullo, ma un potere di assorbimento del calore molto più alto di altri tipi di gas e quindi il loro contributo all'effetto serra è molto alto. E allora che fare? Anche se la legge non prevede restrizioni sull'uso degli Hcf e anche se i fornitori spingono per favorirne l'uso, è importante percorrere altre strade prima di creare danni davvero irreversibili nell'equilibrio del pianeta.

Due è meglio che one
E qui arriva Coop, o per meglio dire l'Inres (Istituto nazionale consulenza, progettazione, ingegneria), che in questo campo ne è il cervello pensante. Fin dal 1988 Coop si è impegnata in varie campagne per la messa al bando dei fluidi che danneggiavano lo strato di ozono, promuovendo anche uno specifico disegno di legge. Con una consapevolezza in più. Che il più importante gruppo della grande distribuzione in Italia dovesse dare un contributo concreto per la ricerca di nuove soluzioni tecnologiche. Il percorso seguito dall'Inres comincia... a ritroso.
I primi impianti di refrigerazione industriali erano costituiti da due circuiti: uno serviva per generare il freddo, l'altro per portarlo in giro (ci si perdoni l'estrema semplificazione). Inoltre per il circuito primario si usavano fluidi naturali, tipo ammoniaca, e acqua miscelata con sostanze saline per il circuito secondario. Solo che come in tutte le battaglie commerciali avevano vinto gli interessi economici ossia quei fluidi sintetici oggi al bando, ma che allora presentavano vantaggi importanti: minor consumo d'energia e impianti meno costosi perché costituiti da un unico circuito refrigerante. L'impatto di questi circuiti con l'ambiente, però, è pesante: un impianto per grandi superfici di vendita - un ipermercato, ad esempio - ha bisogno di una tonnellata di Cfc, che al primo guasto rischiano di essere dispersi nell'ambiente.
La Coop, grazie agli studi dell'Inres, è prima in Italia, nel 1994, ad utilizzare per una struttura di vendita l'impianto di refrigerazione completamente a due circuiti, utilizzando in quello primario ammoniaca, che ha un impatto praticamente nullo sia sull'ozono che sull'effetto serra.
Ma la sperimentazione non si ferma perché, come spesso accade alle innovazioni, ci vogliono anni per metterle a punto. E infatti questi nuovi impianti, oltre ad alcuni problemi di funzionamento, avevano un costo di installazione piuttosto alto e consumavano più energia elettrica degli altri. L'ultimissima generazione di impianti, da inserire diffusamente in tutti i punti vendita, anche i più piccoli, ha un costo poco più alto di quelli tradizionali, è affidabile ed ha consumi energetici simili agli altri. Inoltre il circuito primario non ha bisogno di grandi quantità di fluido, e dunque se prima occorreva una tonnellata di Cfc per un impianto da iper, oggi basta una bombola da 20 chili di propano, gas naturale. Come dire che in caso di eventuali guasti l'impatto ambientale è nullo. Dal '94 al '99 il 60 per cento dei nuovi punti vendita Coop, in Italia, utilizza il doppio circuito di refrigerazione.
In Toscana, questa nuova tecnologia è già stata installata negli ipermercati di Lastra a Signa, Arezzo e Cascina.
Ma la cosa che può interessare di più i consumatori è il risultato sui banchi frigoriferi: con il doppio circuito la temperatura è più stabile e garantisce una migliore conservazione.