La nettezza urbana nella Firenze dell'800

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2000    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Igiene forzata
Oggi si parla tanto di città sporche, di servizi di nettezza urbana carenti, di incuria degli abitanti, e via elencando. Visto l'impellenza del problema, viene la curiosità di gettare uno sguardo dietro di noi nel tentativo di immaginare quale poteva essere il grado di pulizia e di igiene in una città come Firenze, nella prima metà dell'Ottocento. Cominciamo dal servizio di nettezza urbana. Prima che l'incarico fosse dato in appalto ad una società, il compito veniva espletato dai "forzati" delle Stinche. Il carcere delle Stinche era situato pressappoco dove ora sorge il teatro Verdi. Ogni mattina un gruppo di carcerati usciva dall'edificio; a due a due venivano legati con delle catene e sorvegliati a vista col fucile pronto a far fuoco. La loro uniforme era di due colori: gialla per gli ergastolani, rossa per chi aveva ricevuto una condanna a tempo. Dietro le spalle era impresso, a chiare lettere, il tipo di reato commesso: furto, omicidio, ribellione.
I galeotti uscivano dal portone spingendo capaci carrette sulle quali appoggiavano delle scope dai lunghi manici di legno; poi si dividevano in gruppi per occuparsi ognuno di una zona o di un quartiere della città. Si dice che lo spettacolo che i netturbini "coatti" davano di sé fosse pietoso, esattamente come lo stato delle strade dopo il loro passaggio. Il servizio migliorò sensibilmente, intorno agli anni centrali dell'Ottocento, quando venne affidato ad un'impresa di pulizie che operava sotto il diretto controllo del corpo dei vigili del fuoco.
Ma tenere pulita una città anche di medie dimensioni era praticamente impossibile, per i pochi mezzi a disposizione e anche perché gran parte della quotidiana vita familiare si svolgeva all'esterno delle case, specialmente nella buona stagione. Quasi ogni piazza del centro, inoltre, ospitava un mercato. Per esempio il piazzale degli Uffizi era destinato al mercato dei cavalli e dei puledri. In piazza Santa Maria Novella si teneva quello giornaliero della paglia e del carbone. Vi era poi un grande mercato delle verdure in piazza Strozzi, ribattezzata, per un certo periodo, piazza delle Cipolle.
Nella zona di Santa Croce si aveva il maggior concentramento di laboratori di conceria (e tuttora esistono via dei Conciatori, via delle Conce, corso Tintori). A parte il fatto che quegli opifici esalavano odori pestiferi, a causa dell'angustia dei magazzini le pelli venivano messe a seccare all'esterno, lungo le vie o in mezzo alle piazze. Riferisce Giuseppe Conti, attento e preciso cronista della Firenze ottocentesca, che in certi giorni attraversare piazza Santa Croce era un'impresa quasi disperata.
Inoltre le strade erano incessantemente percorse dai venditori ambulanti e dagli artigiani senza bottega, che operavano le riparazioni o producevano i loro oggetti ovunque si trovassero. Poi c'erano i cenciaioli, i rigattieri, i mendicanti, i cantastorie. E tutti con la massima naturalezza, perché quello era l'uso comune, lasciavano i rifiuti nel posto a loro più comodo. I rarissimi cittadini più sensibili al problema dell'igiene - una sorta di ecologisti "ante-litteram" - si prendevano la briga di gettarli in Arno.