A tu per tu con Massimiano Bucchi, sociologo che studia i meccanismi dell’innovazione

Scritto da Sara Barbanera |    Aprile 2018    |    Pag. 11

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

Il salto di Dick Fosbury

Il salto di Dick Fosbury

Tecnologia

«Il mouse, la moka, l’ammoniaca, il salto alla Fosbury, il codice a barre, la forchetta, il primo Spaghetti western, il cibo in scatola, la trappola per topi, i fumetti dell’Uomo Ragno: tanti sono gli esempi che ci mostrano come la storia sia fatta di piccole idee, spesso semplici, che cambiano il mondo. Ma la storia ci insegna anche che l’innovazione non è solo una nuova app, non è solo tecnologia. Serve che il “nuovo” arrivi nel momento in cui qualcosa sta cambiando nella società: un’abitudine, un’aspettativa, un bisogno, una nuova generazione di utilizzatori. L’innovazione è sempre il risultato di un cortocircuito: fra un’idea e una società pronta ad adottarla».

Parte da qui, da una lunga lista di piccole grandi cose, la nostra conversazione con il professor Massimiano Bucchi, intervistato in occasione del convegno sulla tecnologia organizzato a febbraio da Unicoop Firenze al Teatro Niccolini di Firenze: esperti di ogni campo a confronto per riflettere sul presente e sul futuro alla luce dell’innovazione, tecnologica e non solo, come chiarisce lo stesso Bucchi.

La tecnologia: minaccia o speranza?

«La tecnologia è sempre tutte e due: ha sempre un “lato A” e un “lato B”. La tecnologia siamo noi che ci guardiamo allo specchio e dipende da noi: non tanto dall’uso che ne facciamo ma dal modo in cui la affrontiamo e dalla nostra capacità di porci le domande prima che la tecnologia ci dia, in automatico, le risposte. Pensiamo all’invenzione del filo spinato che, dal 1873, ha rivoluzionato la tecnica dei recinti negli Stati Uniti in agricoltura e negli allevamenti ma che poi è diventato simbolo di segregazione e conflitto, come nei campi di concentramento. O, ancora, alla sintesi dell’ammoniaca, portentoso fertilizzante ma, al tempo stesso, ampiamente utilizzata per produrre armi dai tedeschi nel primo conflitto mondiale».

Quindi, l’innovazione, cos’è?

«È un processo complesso e non lineare in cui entrano in gioco diversi attori, il contesto e gli utilizzatori stessi. La storia è piena di invenzioni a basso costo diventate innovazioni dall’impatto epocale: l’uso di disinfettarsi le mani prima di entrare in sala operatoria ha salvato milioni di vite, il contropiede ha permesso a squadre povere di tecnica e fisicità di battere squadre molto più dotate. A volte serve solo un cambio di paradigma: guardare un problema da una prospettiva completamente diversa, fare un salto mentale. Come quello di Dick Fosbury, l’inventore della tecnica “dorsale” nel salto in alto, all’epoca un’innovazione considerata folle, oggi usata dagli atleti di tutto il mondo».

Qual è la ricetta per una nuova cultura dell’innovazione?

«Occorre adottare una nozione ampia di innovazione, non limitata all’ultimo modello di smartphone, e interrogarsi sul rapporto costi-benefici: dove vogliamo andare? In quale mondo vogliamo vivere? L’invecchiamento della popolazione, la mobilità, il lavoro: che idee abbiamo per queste grandi sfide? Ad esempio, la risposta al problema dell’assistenza agli anziani può essere ricercata nei robot, come in Giappone, o in soluzioni più sociali e “umane”. Senza questa riflessione prevale la tecnologia fine a se stessa o la legge del più forte, come nel caso dei media digitali: chi arriva prima impone le sue leggi. Ciò che deve spaventarci non è l’innovazione in quanto tale ma la mancanza di una cultura dell’innovazione che permetta di governare il cambiamento».

Nessuna innovazione è un’isola: che significa?

«L’innovazione non è frutto dell’intuizione di un genio solitario ma è figlia di una storia lunga anche secoli e di tanti contributi, anche inaspettati e casuali. Il primo esempio di globalizzazione e di miglioramento del trasporto di alimenti è il cibo in scatola, nato nel 1810 grazie a un negoziante di alimentari che aveva scoperto che il cibo si conservava bollendolo dentro delle bottiglie; quindi le scatolette sono nate trenta anni prima che Pasteur scoprisse la pastorizzazione. Ancora, nel 1968, è stato l’arrivo del mouse a rendere il computer uno strumento per tutti, grazie alla possibilità di interagire facilmente con un dispositivo. Inoltre la grande innovazione è sempre rispettosa della tradizione: l’attuale tastiera da pc è ancora quella Qwerty, nata con la macchina da scrivere. Le automobili sono nate sul modello delle carrozze e noi continuiamo a chiamare telefono un oggetto che fa di tutto, al limite anche telefonare. Il buon innovatore sa sempre collegarsi alla tradizione, quindi dobbiamo guardare avanti senza mai perdere la memoria del passato. E senza mai dimenticare, scriveva il filosofo Francesco Bacone, che chi non adotta nuovi rimedi deve attendersi nuovi mali perché il tempo è il più grande innovatore».

L’intervistato

Massimiano Bucchi, ordinario di Sociologia della scienza all’Università di Trento 

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