Scritto da Miriam Serni Casalini |    Ottobre 2000    |    Pag.

Icce e la volpina
Poteva trattarsi di un cenciaiolo con un cavernoso sacco, oppure del lupo di Cappuccetto Rosso o anche del Gatto Mammone, sconosciuto essere fiabesco dagli arcani poteri. Nella nostra infanzia c'era sempre un Uomo Nero, pronto a cacciarci nella balla per portarci via. Di "Icce" però nessuno di noi ragazzi aveva paura, anche se un uomo nero lo era veramente.
Garzone del nostro carbonaio, capitava in casa a fare le consegne di brace e carbone, che svuotava con maestria dalle balle in due buche distinte sotto il focolare. Per quanta attenzione potesse mettere nell'eseguire la bisogna, una nuvola nera vagava a mezz'aria per poi posarsi sul pavimento. Ma Icce non si sporcava, era già nero di suo. Nero per mestiere e per pigmentazione naturale. Pareva un abissino, e come un abissino aveva capelli ricci e fitti.
Non so se fosse giovane o vecchio, ma aveva l'aria di un bambino, che gli occhi azzurri e innocenti accentuavano. Parlava anche come un bambino di uno o due anni. Tutti lo chiamavano "Icce", soprannome derivatogli dal non saper pronunciare, al pari di tante altre, la parola "cinque". Credo che nessuno conoscesse il suo vero nome, né dove o con chi abitasse.
Era vestito, o meglio coperto, con grandi camicie e maglioni sbrindellati, sopra immensi pantaloni ormai senza colore né forma, legati in vita con pezzi di spago. Le scarpe - sempre di diversi numeri più grandi del dovuto - gli conferivano un'andatura da clown. Si capiva bene che ogni capo indossato era un "Dio te ne renda merito".
Era onesto e servizievole, e sebbene il suo sviluppo mentale non fosse del tutto completo non mancava di furberia. Ne è riprova la storia della volpina.
Una volta all'anno, "a stagion bona", Icce partiva per le campagne del contado fiorentino portando con sé in spalla una piccola volpe viva, chiusa in una gabbietta di filo di ferro sostenuta da una cinghia di cuoio. Si fermava da ogni contadino ed esibiva trionfante Ia volpe da lui catturata. Per questa sua meritoria azione riceveva compensi in natura, uova per lo più, giusto tributo a chi aveva liberato i pollai dal mortale nemico. Dormiva nei fienili e nei pagliai poiché la gita durava a lungo, e continuava anche in città presso le famiglie di sua conoscenza, tutte praticamente, ché tutti lo conoscevano nei rioni di Gavinana, San Niccolò e Santa Croce. Molti di questi fiorentini, inurbati da poco, erano ancora sensibili alla cattura della furba ghiottona. Tutti sapevano bene che quella di Icce era solo una storiella, ma stavano volentieri al gioco e sganciavano divertiti qualche centesimino. Resta il mistero esistenziale della volpina: dove la prendeva? Era sempre la stessa? E se sì, dove la teneva?
Fatto sta che Icce, con questa trovata, arrotondava le stente entrate, riuscendo a rimettere insieme il modesto desinare con la magra cena.