Reportage nel campo profughi della township di Langa, in Sud Africa

Scritto da Silvia Amodio |    Luglio 2007    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

I volti dell'Africa 1
Quando per la prima volta, nel marzo 2005, mi è stata presentata la possibilità di andare in Sudafrica, in qualità di fotoreporter di animali, ne sono rimasta entusiasta. Ero sicura che avrei fatto incontri indimenticabili con zebre, leoni, giraffe, elefanti, e che avrei potuto osservarli liberi nel loro ambiente naturale.
Non avrei mai immaginato, dopo oltre 15 anni dedicati a ritrarre gli animali, che la mia vita, non solo professionale, avrebbe avuto una brusca deviazione.
Appena scesa dall'aereo a Città del Capo, andando in macchina verso la mia destinazione, qualcosa non quadrava. Distese infinite di baracche, una appiccicata all'altra, tra le quali si intravedeva un brulicare di umanità perduta. L'autista mi ha spiegato che quelle erano le township, il risultato dell'apartheid, le zone dove i neri sono stati costretti a risiedere contro la loro volontà da quando nel 1948 questa segregazione razziale aveva preso una forma ufficiale.
Ma come? Questa forma di razzismo legalizzato non era finita nel 1990 con la liberazione di Nelson Mandela?

I volti dell'Africa 2
Una volta in Sudafrica ho iniziato ad organizzare il mio lavoro sugli animali, ma per la prima volta non ero contenta di quello che stavo facendo. Dopo qualche giorno inconcludente mi si è presentata l'occasione, su invito di un amico americano che sei mesi all'anno insegna laggiù, di visitare un istituto superiore, esclusivamente frequentato da neri, nella township di Langa. Poco prima di arrivare alla scuola, la mia attenzione è stata attirata da un grande recinto di filo spinato all'interno del quale erano rinchiuse migliaia di persone piantonate dalla polizia. Alla vista si presentava come un vero e proprio campo profughi. In quel momento con chiarezza ho capito quello che avrei dovuto fare. Voglio entrare lì dentro! mi sono detta.
Non è stato affatto facile, la polizia non mi prendeva sul serio: una ragazza bianca va a fare shopping in centro, non va in certi posti, nessun bianco va in certi posti. Dopo non poche insistenze e solo grazie all'intervento di un professore della scuola hanno accettato di farmi entrare, ma ad una condizione: dovevo essere scortata. L'idea non mi piaceva affatto ma sembrava essere una condizione indiscutibile.

I volti dell'Africa 3
Dodicimila persone, quasi tutte dell'etnia Xhosa,
avevano perso tutto quello che avevano a causa di un incendio. Nelle township gli incendi sono all'ordine del giorno, le persone cucinano con stufe rudimentali e si scaldano con candele che spesso vengono dimenticate accese; le baracche di legno, una attaccata all'altra, e il vento fanno il resto. Ma un incendio di queste proporzioni non si era mai visto e miracolosamente non c'erano state vittime. Così il governo, per evitare che venissero costruite nuove baracche, aveva temporaneamente alloggiato le persone nella tendopoli, in attesa di una sistemazione più definitiva.
Mi hanno subito impressionato le condizioni in cui queste persone vivevano: centinaia di letti, uno attaccato all'altro, in ciascuna tenda, decine di bagni prefabbricati, pasti tutt'altro che appetitosi, distribuiti ad orari prestabiliti e nulla da fare tutto il giorno.

La diffidenza nei miei confronti è durata solo qualche istante, il tempo di un sorriso. Quelle persone erano trattate come numeri: 12mila entità a cui dare da mangiare, da dormire, da tenere sotto controllo. Per fortuna mi si è accesa una lampadina: è la dignità di queste persone che voglio ritrarre, non la loro miseria. Voglio conoscerli, parlare con loro e ascoltare le loro storie, sapere da dove vengono, cosa fanno, giocare con i bambini. Così ho passato tutto il mese nella tendopoli insieme agli Xhosa, il popolo di Nelson Mandela, e a ritrarre i loro volti.

I volti dell'Africa 4
Un set in mezzo al campo

Un fondo bianco appeso al retro di una roulotte e una cassetta della frutta dove accomodarsi erano tutto quello che avevo per allestire un set nel mezzo del campo. Le persone dovevano sentirsi libere di scegliere se farsi ritrarre o meno, non mi piaceva l'idea di "rubare" una fotografia senza chiedere il permesso o essere invadente, volevo entrare nella loro vita in punta di piedi.
Presto quel set si è trasformato in un "salotto" a cielo aperto dove le persone si ritrovavano per chiacchierare e per passare il tempo. In Sudafrica esistono 11 lingue ufficiali e trovare il modo per comunicare non è sempre facile. Il problema emerge soprattutto quando devono passare alla popolazione campagne d'informazione importanti, come ad esempio quelle legate all'Aids. Il Sudafrica detiene un triste primato, il più alto tasso di decessi a causa del virus. Ma le informazioni per combattere il problema vengono date in inglese o in afrikans, lingue che non arrivano ai diretti interessati: a quelle persone che sotto lo stretto regime dell'apartheid non hanno ricevuto alcun tipo di scolarizzazione e parlano solo la lingua dell'etnia di appartenenza. A quei tempi, tutt'altro che remoti, i bianchi ricevevano per studiare un contributo di 480 sterline; i coloured, ovvero i meticci, di 280 sterline e i neri di 28 sterline. I più poveri, quelli che avrebbero avuto più bisogno, non ricevevano quasi nulla. Studiare era un lusso. Il risultato è che a tutt'oggi ci sono molti adulti analfabeti e sebbene l'apartheid sia finito è difficile che queste persone riescano a trovare un impiego. I bambini nelle township ora vanno a scuola, tuttavia c'è sempre una bella differenza tra l'istruzione che ricevono i bianchi e quella che ricevono i neri. Nessuna legge proibisce ai neri di frequentare le scuole dei bianchi ma di fatto questo avviene molto raramente, perché sono molto distanti o perché la retta da pagare è troppo elevata.
Anche i ragazzi del campo in età scolare andavano a scuola per poi tornare a "casa". Ricordo in particolar modo Jolanda, una ragazza che avevo avuto modo di conoscere a scuola qualche giorno prima. Era la più brava della classe, si intuiva subito, non era necessario che la sua insegnante me lo confermasse. Ritrovarla nella tendopoli mi ha stretto il cuore. Ancora oggi mi chiedo dov'è, che cosa stia facendo e soprattutto che cosa ne sarà del suo futuro.
Sono tornata in quella township lo scorso marzo, ma di quel campo non c'era più traccia. Nessuno ha saputo dirmi niente, come se non fosse mai esistito. Forse le mie fotografie sono l'unica testimonianza rimasta.