Intervista alla psicologa Giovanna Tomada dell'Università degli Studi di Firenze. Come facilitare i primi incontri

Scritto da Bruno Santini |    Maggio 2005    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

La seconda ondata mi fu quasi fatale, perché il mare, dopo avermi ancora sospinto in avanti, mi lasciò, o piuttosto sbatté, contro uno scoglio, e con tanta violenza da lasciarmi inanimato...
L'avventura del naufrago Robinson Crusoe ha inizio con quell'inno alla solitudine che è l'omonimo capolavoro di Daniel Defoe. Noi non viviamo, però, in un'isola deserta, attorno a noi c'è gente con cui comunicare, condividere emozioni... Fondamentale quindi il nostro grado di socializzazione.
Ma con determinate caratteristiche ci si nasce? Sono figlie di quello che è il carattere di un bambino oppure sono condizionate da ciò che ci sta intorno?
«Noi abbiamo la convinzione che il bisogno del rapporto con gli altri sia insito nel piccolo dell'uomo - risponde Giovanna Tomada, professore associato del dipartimento di psicologia, Università degli Studi di Firenze -. Non è un qualcosa che viene indotto. Il bambino nasce con quelle che vengono chiamate caratteristiche temperamentali.
E' giusto ricordare che "rapportarsi" racchiude aspetti diversi: sul piano della conoscenza, sul piano dell'interazione, sul piano della relazione. Ci sono bambini che la natura ha dotato della capacità di entrare in relazione con gli altri, di essere disponibili agli altri, ai cambiamenti, di tollerare bene le variazioni dell'ambiente, mentre altri no e quindi pongono una resistenza. Queste premesse si svilupperanno, daranno esiti diversi, a seconda delle esperienze e della loro qualità».

I piccoli e gli altri
Siccome molte di queste opportunità nascono nell'ambito familiare, cosa si può consigliare ai genitori per aiutare il bambino e facilitargli un buon rapporto con gli altri e con l'ambiente che lo circonda?

«Il primo consiglio che io darei è quello di tener conto della natura del bambino e delle sue caratteristiche. Pensiamo ad un bambino nei primi mesi di vita; se è vero che questo ha bisogno di essere alimentato, curato, vestito, è anche vero che necessita di relazione, di contatto, di entrare in "rapporto con". Allora bisogna rispondere a questa esigenza fin dai primi momenti della vita.
Il bambino fortunatamente, grazie al pianto, è già attrezzato per segnalare questo bisogno - puntualizza la Tomada, che insegna tecniche di osservazione del comportamento infantile -. Il pianto spesso viene interpretato semplicemente come segnale per i bisogni primari (un bambino piange perché ha fame o sta male), invece un bambino spesso piange perché ha bisogno di contatto.
Ci sono degli studi che ci dicono che i piccoli ai quali si risponde immediatamente (in maniera contingente), nel corso dello sviluppo progrediscono molto più degli altri e sono capaci di sostituire al pianto un altro tipo di linguaggio per fare richieste.
Indispensabile a questo punto che un adulto si mostri sensibile, che si adoperi per capire, per interpretare i suoi bisogni e grazie all'esperienza accumulata riesca ad individuare e riconoscere, a poco a poco, i vari tipi di pianto».

Quanto la timidezza ostacola il rapporto con gli altri?
«La timidezza è un'altra caratteristica che sembra inserirsi in quel quadro temperamentale col quale il bambino nasce - afferma ancora Giovanna Tomada - e questo certo non facilita. Occorrono quindi, da parte dei genitori, degli accorgimenti: il primo è quello di non forzare il figlio a fare cose che il suo stato rifiuta.
L'adulto dovrebbe costruire delle impalcature perché il bambino (nella prima fase di vita: 2/5 anni) possa arrivare dove, da solo, non arriva. Perché costringere il proprio figlio a salutare l'amico incontrato per strada? Limitiamoci, per esempio, ad invitarlo a formulare un "ciao" in cui partecipiamo anche noi.
Io ho condotto alcuni studi in proposito e posso asserire che nella relazione con gli altri bambini la timidezza non sembra, almeno fino a 6/7 anni, avere delle grosse implicazioni e quindi non compromette la relazione tra il bambino e gli altri.
E' invece alla fine della scuola elementare che questa caratteristica comincia ad avere una valenza di natura sociale: il timido, infatti, non è apprezzato. Considerando negativo quel comportamento, i compagni cominciano a non stimare l'altro e a rifiutarlo, innescando così un circolo perverso per cui il soggetto comincia a trovarsi in difficoltà.
Un bambino rifiutato dagli altri è un bambino che non ha le stesse opportunità!».

Quanto è importante l'esperienza maturata al nido?
«Negli ultimi 30 anni la psicologia ha centrato molto l'attenzione sullo studio delle relazioni fra pari e la funzione che queste relazioni hanno nello sviluppo del soggetto.
Nelle prime fasi della sua esistenza (3/5 anni) è opportuno che il bambino abbia esperienze con altri bambini perché questo implica una certa "fatica".
Mentre è l'adulto che ti predispone la relazione, con i pari s'instaura un rapporto simmetrico; il consenso, in questo caso, devi conquistartelo. Inoltre vivere tra simili è importante, per esempio, anche per la formazione della propria identità sessuale. Puoi fare amicizie. L'amico ti supporta, ti dà un'immagine positiva di te, ti guarda con occhi speciali, ti dà aiuto nelle varie circostanze».

A questa età si può già parlare di amicizia?
«Sicuramente. L'amicizia nasce non sulla base di una scelta razionale ma da un'attrazione. Già al nido si vedono bambini che tendono a stare molto tempo insieme perché si sono scelti. Quindi questa selettività nella scelta è già presente in bambini molto piccoli».

Fondamentali per la crescita del bambino, i nonni. Molte volte sono addirittura loro la figura di riferimento dei piccoli.
«E' vero. Spesso i genitori, proprio per la fase di vita in cui si trovano (presi dal lavoro e dagli impegni in genere), hanno nei confronti del figlio una sorta d'insofferenza perché "è un altro problema".
L'alimento psichico fondamentale per il bambino è la percezione che per l'altro sei una cosa importante. Il nonno, in molti casi, questo lo può fare meglio. Io credo che i bambini abbiano essenzialmente il bisogno di stare in una relazione in cui l'altro è felice di esserci in questo rapporto. Questo scrive nella mente del piccolo delle cose molto importanti.
Spesso i bambini sono disubbidienti, aggressivi, perché non hanno una buona idea di se stessi, e quest'ultima gli viene solo se altri li considerano importanti. Ovviamente il nonno o la nonna non devono abdicare al loro ruolo di adulto ma puntare a dare, a creare, delle situazioni dove il bambino possa fare una sua esperienza... da bambino».

Quanto di quella che è la fase di socializzazione passa attraverso il gioco?
«Il processo di socializzazione è lo sviluppo di quelle abilità che ci permettono di diventare un individuo con le proprie caratteristiche ma nello stesso tempo rapportarsi agli altri. In tale contesto entrano in ballo facoltà di tipo cognitivo, affettivo, comportamentale, relazionale... Il gioco, proprio perché sganciato da obiettivi precisi, è una palestra che permette lo sviluppo di tutto questo».

Quali sono le situazioni in cui i genitori dovrebbero intervenire?
«Uno degli aspetti importanti dello sviluppo sociale su cui porre l'attenzione è il rapporto che il bambino ha con i coetanei.
Questi può essere oggetto di rifiuto e messo in disparte; sta al genitore (pronto a monitorare queste difficoltà) individuare le responsabilità del proprio figlio in certe dinamiche. Il rifiuto tra pari, nella misura in cui diventa qualcosa di stabile nel tempo, genera sofferenza, difficoltà nel soggetto, compromette l'immagine di sé e quindi lascia delle tracce che possono influenzare negativamente. Un rifiuto tra pari, nella media infanzia (scuola elementare), è un forte predittore di carriere difficili successivamente, di possibili comportamenti delinquenziali dopo, oppure di problemi psicologici...
Io poi consiglierei - conclude la Tomada - di prestare particolare attenzione anche ai bambini troppo buoni, troppo ubbidienti, troppo "troppo"... Spesso sono soggetti che rinunciano a se stessi in funzione di ciò che l'ambiente chiede.
Stessa cura va indirizzata ai bambini che stanno troppo da soli. E' vero, alcuni di loro lo fanno per scelta pur avendo anche le risorse per stare con gli altri, però molti queste risorse non le hanno e l'isolamento diventa un ripiego forzato».


L'intervistata: Giovanna Tomada, insegnante alla Facoltà di Psicologia, corso di laurea in psicologia dello sviluppo e dell'educazione