C'era una volta...

Scritto da Miriam Serni Casalini |    Aprile 1999    |    Pag.

I lavatoi pubblici di San Niccolò
La lavatrice, il più utile degli elettrodomestici, ha liberato le donne da un'antica schiavitù, dalla quale nessuna era esclusa: neanche le figlie del re, ché Nausicaa andava con le sue ancelle a lavare i panni al fiume.
Quando ero bambina a lavare i panni in Arno non si poteva più andare e la lavatrice non era stata inventata.
La nonna diceva che "quello" era un gran bel servizio, messo a disposizione dal Comune per la povera gente che non poteva permettersi il lusso di mandare le lenzuola e i panni grossi a lavare dai lavandai di Grassina. Il "bel servizio" erano i lavatoi pubblici in San Niccolò, grande costruzione coperta e attrezzata, a ridosso delle mura.
In casa i panni si lavavano in una conca di terracotta imprunetina, stropicciando con energici colpi di polso i capi immersi in acqua più o meno calda, con ranno di soda o di cenere e con l'aiuto di sapone e bruschino al bisogno.
Ma le lenzuola erano grandi, di tela grossa, spesso di canapa tessuta a mano e il conchino restava... logisticamente incapiente. Così la nonna, ogni quindici, venti giorni - tanto le lenzuola dovevano bastare sul letto - riempiva un bel sacco di biancheria e traversando l'Arno al Ponte alle Grazie scendeva dal giardino Demidoff e da via dei Renai e per la via dell'Olmo arrivava a San Niccolò.
C'erano tanti via vai per il lavaggio e lo sciacquo, c'erano tante donne affaccendate e c'era un vocio mescolato allo scrosciare dell'acqua. Ogni tanto passava un vigile del Comune a sorvegliare che tutto si svolgesse secondo il regolamento. Spesso le precedenze non venivano rispettate, qualcuna voleva fare la furba ma nessuna voleva farsi posare la mosca sul naso.
Povere donne. Alcune lavavano anche per conto di terzi e dovevano stare intere mattinate con le mani nell'acqua. La casa da rassettare, i figli da crescere, i vecchi da sorvegliare, il bottegaio da pagare - che quando passavi guardava storto - il marito da accontentare nel sacro dovere del matrimonio, ma con la paura di mettere al mondo altri figli... i nervi erano a fior di pelle e non ci voleva niente a scatenare l'accapigliamento. La miscela era esplosiva, ma a renderla tale era soprattutto la fretta.
Raramente fra queste donne c'era invidia o rancore. Condividevano con partecipazione vicende familiari liete o tristi che si raccontavano da un lavatoio all'altro, sempre pronte a darsi una mano nella sorveglianza dei figli.
I marmocchi che seguivano le madri erano tanti. I più grandini stavano fuori, sotto le mura a giocare a "chiappino", a "nascondino", a "campana". I più piccini gironzolavano per l'androne dal pavimento molle, con la candelina fissa al naso che mani sollecite di donne soffiavano con una cocca asciutta del grembiule. Più spesso se ne stavano seduti su balle di panni sporchi come pazienti vecchini. Sapevano di dover star buoni, "sennò la guardia...".
Ma entravano tutti in agitazione quando arrivava "Ciambelline". Era una vecchietta, almeno a me pareva tale, con al braccio un cesto basso e ampio di bomboloni e ciambelline. Ogni dolcetto costava un ventino. Non sempre il desiderio veniva appagato, che giusto un ventino era il costo dell'acqua calda e della centrifuga. La centrifuga, una novità, una modernità che ti consentiva di portare via i panni quasi asciutti. Alla centrifuga non si poteva rinunciare. Alla ciambellina, sì.