Da quattro secoli separano il buono (la farina) dal cattivo (la crusca) dell'italiano. Intervista a Francesco Sabatini

Scritto da Debora Pellegrinotti |    Marzo 2001    |    Pag.

«
I guardiani della lingua
Un Comune che ribattezza l'ufficio di collocamento "job center", o peggio ancora un museo come la Galleria Borghese di Roma che istituisce addirittura la "ticketteria" rappresentano casi che ci coprono di ridicolo». E' un grido d'allarme autorevole, contro la pigrizia linguistica e l'esasperato ricorso all'inglese, quello che arriva da Francesco Sabatini, presidente dell'Accademia della Crusca di Firenze. Un'Accademia davvero speciale, la più antica tra quelle ancora attive in Europa. Ne hanno fatto parte filologi, linguisti, scienziati e scrittori del calibro di Galileo Galilei, D'Annunzio, Leopardi e altri pilastri della nostra cultura.
L'Accademia della Crusca ha sede dal 1972 presso la villa medicea di Castello, a Firenze, una sede prestigiosa caratterizzata dallo splendido Salone delle adunanze, alle cui pareti sono appese le famose "pale" dipinte dai Cruscanti. Di primo acchito non è facile capire il riferimento alla crusca e alle pale dei fornai, ma la spiegazione sta ovviamente nelle origini dell'istituzione. A dare vita all'Accademia fu un gruppo di dotti fiorentini, che negli anni fra il 1570 e il 1580 si incontravano per trattare, in riunioni conviviali e in dibattiti scherzosi, temi di letteratura e di lingua. Queste riunioni si chiamavano "cruscate" e da qui l'origine del nome. Ma fu solo fra il 1582 e il 1583 che l'Accademia si dotò di un vero e proprio programma, messo a punto dal grande filologo e teorico della lingua Leonardo Salviati, il quale stabilì che da quel momento la buona lingua (la farina) andava depurata da ogni impurità (la crusca, appunto). Ogni cruscante commissionava la "personalizzazione" della propria pala con una raffigurazione, il proprio nome e un motto: tradizione che esiste ancora oggi. Ultimo erede di Leonardo Salviati è Francesco Sabatini, primo presidente dell'Accademia non fiorentino, o per lo meno non residente a Firenze, nella storia di questa gloriosa istituzione. E' originario di Pescocostanzo, un paese dell'Abruzzo, e insegna storia della lingua italiana all'Università di Roma. Alla domanda se ha ancora un senso oggi, che si parla tanto di globalizzazione, difendere l'identità della propria lingua, Sabatini non ha dubbi. «Certo, abbiamo bisogno di una lingua mondiale che per adesso è l'anglo-americano. Se andiamo a Pechino e chiediamo un bicchiere d'acqua in inglese siamo certi di essere capiti. Ma da qui a dimenticare l'italiano c'è una bella differenza. Non ha senso usare parole di cui non conosciamo il significato o che non sappiamo neppure scrivere. Assimilare le parole straniere è un'operazione di democrazia ma è chiaro che la lingua materna ci permette di comunicare e pensare meglio». E della nuova lingua di internet, fatta di simboli e di espressioni sintetiche, che cosa ne pensano i cruscanti? «La lingua ha sempre risentito della tecnologia - prosegue Sabatini -. Pensiamo al telegrafo, che ci ha imposto di abbreviare i periodi per motivi di costo. Oggi ci sono le "chat", che non sono altro che una forma di comunicazione rapida, scritta. La velocità della comunicazione impone anche la necessità di accorciare le parole e di usare dei simboli. Non si è inventato niente di nuovo, basti pensare alla sinteticità dei cartelli stradali. Anche ricorrere a simboli matematici come il "per" significa introdurre un linguaggio veloce e soprattutto comprensibile a tutti. Le "emoticons", le faccine tristi o sorridenti che si creano attraverso la punteggiatura, fanno parte di questa simbologia. Certo è che la faccina che ride è semplificata e non può rendere la sfumatura di un sentimento, come invece fa la parola ridere o sorridere».
E i dialetti che fine faranno ai tempi di internet? «I dialetti sono parte integrante della nostra storia sociale - spiega Sabatini -: hanno la loro tradizione e il loro sapere ma non sono lingue attrezzate per l'arte, il teatro o la poesia. La loro funzione è molto ristretta. Nella scienza, nella storiografia non si può usare il dialetto».
Un giudizio sull'italiano televisivo. «Esistono tanti tipi di italiano televisivo - afferma ancora Sabatini -, che non è altro che una lingua semplificata per le masse. In sintesi, tramite la televisione, l'italiano si è diffuso senza dover leggere. Bisogna dire che il mezzo televisivo è passivo e dispersivo. Leggendo un giornale si può scegliere su quale notizia soffermarsi, mentre guardando un telegiornale si "subisce" anche una notizia che non ci interessa».
Ogni giorno nascono e muoiono tante parole, dal neologismo in voga a qualche parola caduta nel dimenticatoio: «I neologismi sono quasi tutti di derivazione straniera. Una parola molto in voga è "mobbing" (termine che indica disagio o frustrazione sui luoghi di lavoro, ndr). Oppure parole come "call center", centralino, o "customer service", servizio clienti, che di per sé non hanno senso di esistere e che potrebbero sparire. Ci sono però parole che sono scomparse dal linguaggio comune, come football o corner. Oggi si preferisce dire calcio e calcio d'angolo». Un consiglio per migliorare l'italiano? «Leggere, studiare, parlare, non a vanvera, ma di argomenti diversi con più persone e viaggiare per sensibilizzare l'uso della comunicazione e della lingua». Parola di cruscante.

Le iniziative dell'Accademia
Dal Seicento al Clic
Correva l'anno 1612 quando a Venezia venne dato alle stampe il primo storico "Vocabolario degli Accademici della Crusca", un'opera fondamentale cui seguirono altre quattro edizioni. L'opera ebbe subito grande successo e non poteva essere altrimenti, visto che il vocabolario divenne subito il principale punto di riferimento nell'uso scritto dell'italiano. Il "gran libro della nazione", come viene definito nella prefazione alla quinta ed ultima edizione, venne infatti redatto partendo dallo spoglio scientifico dei testi del '300 fiorentino e anche di vari autori successivi.
L'Accademia ha recentemente intrapreso un'avventura editoriale del tutto nuova nella sua storia: la realizzazione di una rivista, "La Crusca per voi", dedicata alla lingua italiana, in cui gli esperti della Crusca si mettono a disposizione di studenti, insegnanti e lettori per chiarire qualsiasi dubbio linguistico.
Si chiama Clic l'ultimissima iniziativa promossa dall'Accademia: una sigla che sta per Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea. Il centro promuoverà ricerche e riflessioni sulle tendenze evolutive dell'italiano contemporaneo, senza indulgere ad uno sterile purismo ma puntando la propria attenzione verso la capacità della lingua di assimilare le innovazioni.