Dal Burkina Faso arrivano sui banchi dei supermercati 120 tonnellate di fagiolini verdi. Un progetto con Unicoop Firenze che darà lavoro a 150 famiglie

Africa, terra ricca per uomini poveri. Si muore di fame in un continente che potrebbe essere il granaio del mondo. È così anche in Burkina Faso, che tradotto vuol dire Paese degli Uomini Retti, almeno nella speranza di chi gli diede quel nome.

Qui si coltiva come mille, duemila anni fa: l’aratro trainato da un bue o da un asino. Quando va bene se ne ricava appena per sfamare la famiglia. Ma non tutti si rassegnano.

Kongoussì, a poche decine di chilometri dalla capitale Ouagadougou. Qui alcuni agricoltori si sono riuniti in una cooperativa, la Scobam.

È con questi agricoltori che la Coop ha firmato un accordo per la fornitura di 120 tonnellate di fagiolini verdi che saranno sui banchi dei supermercati, quando la stagione non consentirà di avere un prodotto italiano. Grazie a questo accordo sono stati messi a coltura 25 ettari di terreno sui quali lavoreranno 150 famiglie.

«La stagione è cominciata un po’ tardi – dichiara l’agronomo della cooperativa Emanuel Sawadogo - ma la coltivazione va bene. La nostra speranza è che il raccolto quest’anno sia buono».

Silvan Sawadogo, presidente della cooperativa Scobam, è drastico: «Senza l’accordo con la Coop non potremmo andare avanti. È la Coop che acquista i nostri prodotti. Abbiamo molta fiducia in questo accordo, perché altrimenti non potremmo neanche rimanere qui».

 Fatica e caparbietà

La vendita dei fagiolini significa molto per i soci della cooperativa di Kongoussì. Vuol dire per esempio una migliore alimentazione per le famiglie, poter comprare un po’ di carne. E avere una piccola speranza in più per il futuro dei figli.

Walter Ulivieri, per conto delle Coop ha seguito fin dall’inizio l’operazione “fagiolini dal Burkina Faso” insieme al Movimento Shalom che ha da lungo tempo progetti di solidarietà in quel paese:«Quella della cooperativa di Kongoussì è una storia di fatica e caparbietà.

Era nata da poco, quando imparò a sue spese una delle prime regole degli sciacalli del commercio: i poveri hanno sempre torto e possibilmente vanno derubati». «I nostri clienti francesi ci hanno tradito, perché hanno venduto i nostri fagiolini ma non ci hanno pagato.

Di conseguenza i contadini si sono demoralizzati e la produzione è molto calata», testimonia Silvan Sawadogo. Nel 2005 arrivò Unicoop Firenze che, con l’aiuto del movimento Shalom, diede il via ad un commercio equo e solidale.

I fagiolini in burkina fasoIl successo fu tanto clamoroso che l’accordo divenne un modello di cooperazione fra Europa e Africa. Per finanziarlo l’Onu stanziò alcuni milioni di euro che furono gestiti direttamente dal governo del Burkina Faso. Un fiume di danaro che si perse nei meandri ministeriali e del quale agli agricoltori di Kongoussì non arrivò neanche una goccia.

«Quando il nostro Stato è entrato nell’affare – continua il presidente di Scobam -, l’Onu non ha potuto più fare nulla. Sono stati i burkinabè a far fallire il progetto. Non sono stati gli italiani ma i burkinabè a sabotarlo.

 In prima persona

Ora si riparte su basi nuove. Gli agricoltori questa volta giocano in prima persona. Non potranno contare sugli anticipi delle spese di produzione, come avveniva in passato.

«Gli agricoltori diventano così piccoli imprenditori – osserva Ulivieri -. Dovranno affrontare prove difficili, come quelle legate alle rigide regole del mercato.

Ma dovranno anche superare la diffidenza di chi, nel mondo ricco, pensa che se i contadini africani sono poveri, è perché hanno poca voglia di lavorare». «Chi dice questo non ci conosce. Non è vero. – Interviene il presidente dei contadini della Scobam -. Siamo lavoratori. Solo che non abbiamo i mezzi per produrre come si deve. Non è certo del lavoro che abbiamo paura».

Foto di R. Paolo


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