Tra sacro e profano la festa della Rificolona

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Settembre 1997    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Guerra di cerbottane
La festa - o la fatica - cominciava all'alba del 7 settembre, quando i contadini, uomini e donne, si mettevano in cammino dalle colline di Vallombrosa, di Impruneta o di Bivigliano nella lenta marcia di avvicinamento verso piazza SS. Annunziata a Firenze.
La loro calata in massa verso la città aveva sostanzialmente due scopi: rendere omaggio, il giorno seguente, alla Vergine Maria per il suo compleanno e vendere, sotto le arcate brunelleschiane dello Spedale degli Innocenti, i prodotti del loro lavoro: ceste di vimini, tessuti ricamati, frutta e funghi secchi. Per alcuni il viaggio era così lungo che l'oscurità li sorprendeva quando non erano ancora entrati in città, e per illuminare il cammino accendevano un lampioncino protetto da un involucro di carta e sorretto da un bastoncino di legno o da una canna. Questa usanza ha dato vita alla tradizione della Rificolona, una festa tipicamente fiorentina che si è tramandata, con rare interruzioni, nel corso dei secoli.
Se per i contadini l'ingresso in piazza SS. Annunziata costituiva la fine di un lungo e faticoso cammino, per le bande di ragazzi della città significava l'inizio di una serata movimentata e piena di sorprese. I giovani si mescolavano a quella moltitudine, rozzamente vestita e quindi facilmente riconoscibile, che si accampava sulle scalinate e, alla fioca luce dei lampioncini, si apprestava a mangiare il poco che aveva portato da casa. Con schiamazzi e battute di spirito i monelli si divertivano a importunare quei pellegrini già stanchi e soprattutto emozionati di trovarsi, spesso per la prima volta, nella grande città della quale conoscevano le meraviglie solo attraverso i racconti dei rari vecchi del paese che l'avevano già visitata.
Ma il divertimento maggiore era quello di colpire i lampioncini, farli rotolare a terra e renderli inutilizzabili. Solo a tarda notte i discoli si ritiravano dalla piazza lasciando finalmente campo libero ai contadini che, stravolti, cercavano sotto le arcate qualche ora di riposo prima di riprendere la via del ritorno, non senza aver prima venduto i loro prodotti e aver reso omaggio alla Vergine.
In epoca moderna la festa è cambiata in alcuni suoi aspetti esteriori ma si è mantenuta intatta nel suo duplice significato più profondo che è di carattere mercantile e religioso. Adesso per le strade del centro cittadino, dal tramonto fino a notte alta, si possono notare due gruppi di persone che si muovono con scopi diametralmente opposti. Uno è formato da bambini che, accompagnati spesso dai genitori, tengono in mano la rificolona e passeggiano canticchiando la rituale canzoncina:
Ona, ona, ona
Oh che bella rificolona!
La mia l'è co' fiocchi
e la tua l'è co' pidocchi.
E l'è più bella la mia
di quella della tu' zia.

L'altro gruppo invece è costituito da ragazzini che, armati di cerbottane caricate a pallini di argilla, si aggirano tra la folla e fra gli stand dei prodotti gastronomici a caccia di rificolone. E quando una viene colpita e distrutta la situazione diventa tragicomica: mentre i 'guastatori' esultano con grida e acclamazioni, le piccole vittime finiscono inevitabilmente in lacrime.
Il significato del vocabolo rificolona va ricercato nell'antico 'fierucolona', ovvero una festa piccola ma importante. Con il passare del tempo e lievi modificazioni ortografiche il suo significato si è trasferito sull'oggetto che costituisce la caratteristica principale della festa e cioè su quei lampioncini di carta, di vari colori e dalle forme più diverse, con i quali i più piccoli rendono omaggio alla Madonna, particolarmente quella che si venera nella chiesa fiorentina di SS. Annunziata. Anticamente alle piccole e leggere rificolone si affiancavano altri lampioni racchiusi in un ampio cesto di vimini attaccato all'estremità di un bastone in legno. Questa particolare rificolona veniva portata per le strade dai ragazzi più grandi ed era praticamente indistruttibile. Nelle loro scorribande rispondevano al ritornello dei bambini con il distico:
Bello, bello, bello
Chi lo guarda gli è un corbello!