Ritorna l'uva da tavola toscana

Scritto da Beatrice Bardelli |    Marzo 2000    |    Pag.

Grappoli d'uva colombana
Pane e uva, una merenda d'altri tempi, ricca dei sapori forti dell'infanzia, quando la luce d'ottobre calava sui vigneti durante la vendemmia. Storie antiche? Macché. A Peccioli, nel cuore verde della Valdera, qualcuno si è ricordato della bontà di quest'uva che un tempo costituiva la principale ricchezza di una terra fertile e laboriosa.
"Oggi l'agricoltura italiana ed europea si sta indirizzando verso il recupero di tutti quei prodotti locali che hanno uno stretto legame con il territorio e la sua storia ma che, con l'affermarsi del mercato di massa e delle coltivazioni intensive, rischiano di perdersi", spiega Lorella Ferretti, presidente dell'Agea (Agenzia gestione esperienze agroambientali). L'Agea è un gruppo di lavoro, costituito recentemente con altre tre donne (Tatiana Battaglia, Elisabetta Chierto e Maria Teresa Volpi), che ha il compito di rilanciare sul mercato l'uva colombana di Peccioli come uva da tavola, nell'ambito del progetto europeo Agro Park. In effetti questo vitigno è caduto nell'oblio: sono pochi i contadini che ancora lo conservano e meno ancora quelli che lo commerciano.
"A novembre, alla Mostra mercato dell'olio e del vino di Peccioli, la rilanceremo con il nome di "uva del Giubileo"", annuncia Lorella Ferretti. In effetti qualcosa di santo in quest'uva c'è. A cominciare dal nome. La leggenda narra, infatti, che sia stato un santo irlandese, San Colombano, a donare agli abitanti della zona, nei primi anni del '600 dopo Cristo, il prezioso vitigno "che faceva uva buona e dolce". Il dono era il ringraziamento per aver difeso i suoi frati, diretti a Roma, dagli assalti dei longobardi. Un dono prezioso, perché la vite rivitalizzò quelle campagne rendendole, in seguito, famose per la sua uva, l'uva colombana di Peccioli, nota in tutta Italia per la sua bontà ma anche per le sue proprietà curative. Nei primi decenni del '900, infatti, a Peccioli arrivavano molte famiglie benestanti, da Firenze e dalla Toscana tutta, per fare la "cura dell'uva". Un'uva disintossicante e ricostituente indicata per gli adulti, ma soprattutto per i bambini. Alloggiati presso le ville di amici, o nell'unico alberghetto del paese, queste famiglie arrivavano durante il periodo della vendemmia, quando potevano comprare dai contadini del luogo l'uva colombana fresca che mangiavano da sola o con il pane appena sfornato. Ma fu intorno alla metà del '900 che la produzione di uva colombana conobbe l'apice del successo sui mercati ortofrutticoli italiani e stranieri. A Peccioli c'è ancora qualcuno che ricorda quando, ai primi di ottobre, iniziava la vendemmia, la più tardiva della zona, e centinaia di donne si radunavano nella piazza principale del paese in attesa che i "capoccia" le chiamassero per andare in squadra sui vigneti.
Un'uva dolcissima e saporita dai piccoli acini bianco-dorati, leggermente allungati, cresciuti su grappoli dai raspi rossastri che le mani delle donne tagliavano con cura prima di adagiarli nelle "padelline". Quelle cassettine di legno rivestite di carta velina, bianca o colorata, con il nome dell'azienda, venivano subito caricate sui barrocci, prima, e sui camion, poi, per raggiungere la stazione ferroviaria di San Frediano, da dove partivano per i vari mercati ortofrutticoli italiani e stranieri o per i porti di Genova e Livorno. Mille quintali al giorno per tutto il mese della vendemmia, da fine settembre a fine ottobre. Per la gioia di tutti e anche di chi, da vero buongustaio, decideva di appendere quei grappoli per farli passire fino a Natale. Perché, si dice ancora oggi, mangiare l'uva passa colombana a Capodanno è di buon augurio. Porta soldi, salute e felicità.