Una ricerca italiana sulle varietà genetiche del grano etiope, per far fronte ai cambiamenti climatici

Scritto da Andrea Marchetti |    Aprile 2016    |    Pag. 9

Dopo gli studi giuridici, si è occupato di ambiente ed energie rinnovabili: scrive per www.greenme.it, www.greenews.info e per alcune riviste del Gruppo Tecniche Nuove S.p.A. Collabora, inoltre, con la redazione di Pontedera (Pisa) de La Nazione e, dal 2010, con l'Informatore. Ha frequentato il Master in "Scrittura e Storytelling" della Scuola Holden di Alessandro Baricco e oltre a scrivere per i giornali si cimenta come sceneggiatore per cinema e fumetti.      

Ricercatori dopo raccolta etiopia - Foto G.C. Ufficio stampa, Scuola Sant'Anna di Pisa

Pisa

Dall’incrocio con varietà selezionate di grano etiope, potrebbe nascere un grano duro mediterraneo più resistente ai cambiamenti climatici. È il punto di arrivo di uno studio internazionale coordinato dall’Istituto di scienze della vita della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, diretto da Mario Enrico Pè, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “The plant biotechnology journal”.

Il grano etiope ha caratteristiche che lo rendono unico al mondo e la sua varietà genetica è assai più ampia di quella del grano europeo e mediterraneo.

«Stiamo già procedendo a incrociare materiale etiopico con una linea europea migliorata - dice Matteo Dell’Acqua, 29 anni, coordinatore del progetto, genetista e assegnista di ricerca alla Sant’Anna -. Proseguendo ad esempio con il metodo degli incroci, in cinque, dieci anni potremmo ottenere un grano migliore, più resistente a siccità e malattie».

L’idea inziale è nata circa cinque anni fa all’interno del percorso formativo del dottorato di ricerca in “Agrodiversità dei paesi in via di sviluppo”.

«Abbiamo deciso di esplorare a fondo l’interessante varietà generica del grano etiope - prosegue Dell’Acqua - una ricerca che, fino a ora, non era mai stata fatta, tantomeno con questo metodo e con questa vastità. Sono stati analizzati oltre 30 milioni di dati molecolari. Nessuno prima di noi aveva usato tali tecniche e osservato un così alto numero di dati. Abbiamo infatti attinto alla banca etiope del germoplasma, un deposito in cui sono raccolti e conservati, per fini scientifici e di ripopolamento agricolo, i semi autoctoni, le cosiddette landrace, cioè i semi delle diverse piante tipiche dell’Etiopia. Lì, insomma, è conservata la diversità genetica delle specie vegetali etiopi, tra cui il frumento. Nel 2012 e nel 2013 abbiamo piantato i semi passando due anni in loco per valutare la performance del raccolto. In due diverse annate abbiamo fatto due differenti piantumazioni, una a circa 2500 metri di altitudine sul livello del mare, con clima in prevalenza secco, e un’altra a circa 3500 metri di altitudine con un clima, invece, molto più umido e piovoso. Abbiamo valutato i risultati integrandoli con l’analisi del dato molecolare. Di pari passo, infatti, abbiamo fatto una vasta analisi, con una mappatura completa delle varietà genetiche del grano etiope. È emerso - continua Dell’Acqua - che è molto differente dal grano mediterraneo, anzi è totalmente altro. Ma, soprattutto, è una riserva di variabilità ancora in parte inesplorata, importante per capire l’adattabilità e la resistenza ai cambiamenti. Ne abbiamo individuato, ad esempio, i fattori genetici che controllano l’altezza della pianta e la sua crescita, la forma delle spighe, la resistenza ai parassiti e alla siccità. La variabilità genetica del grano etiope è unica, ma alcune componenti genetiche di tale variabilità si prestano a essere usate per il miglioramento del frumento italiano e mediterraneo, anche attraverso gli incroci, così da ottenere un grano più produttivo e resistente a siccità e malattie».

Foto G.C. Ufficio stampa, Scuola Sant'Anna di Pisa

La ricerca ha permesso anche di identificare le varietà locali etiopi con caratteristiche superiori, che rischiavano di scomparire, così da ridistribuirle ai contadini.

«Questo studio - conclude Dell’Acqua - conferma che l’Africa è una grande risorsa. La ricerca mostra come le moderne tecniche molecolari possano valorizzare le varietà tradizionali e aprire nuove prospettive di progresso nel sistema agricolo etiope, così come in quello italiano ed europeo. È il primo passo nell’impiego razionale delle risorse genetiche del grano duro etiope a beneficio di tutti».

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