Ma un uso non corretto può essere causa di patologie serie. I consigli dell’oculista e del farmacista

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2008    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

La “luce”, amata e cercata dagli uomini come un bene prezioso, passa attraverso gli occhi, organi considerati un bene di vitale importanza. E sono proprio gli occhi a poter dare spesso dei piccoli problemi per i quali è raro che ci si rivolga subito al medico. Ecco che il farmacista rappresenta la prima interfaccia del sistema sanitario nazionale, ed è per questo che abbiamo sentito il parere di Stefania Paoli, laureata in Chimica e tecnologia farmaceutica e responsabile della gestione di due parafarmacie a Firenze.
Una tipologia di “servizio” che non può vendere farmaci di classe A e di fascia C, ma offrono al pubblico lo stesso tipo di accoglienza grazie alla presenza di farmacisti iscritti all’albo, dispensando medicamenti da banco, prodotti omeopatici, e quant’altro si può trovare comunemente sul bancone delle farmacie tradizionali.
«Quasi sempre la richiesta di colliri esula dal medico - afferma la dottoressa Paoli -: per qualsiasi problema agli occhi si va subito dal farmacista a chiedere una soluzione che deve arrivare attraverso poche gocce. Ma non sempre è possibile trovarla perché le patologie che interessano gli occhi sono molte e quindi noi ci dobbiamo limitare a consigliare colliri decongestionanti, se si tratta di patologie lievi, e a sconsigliare assolutamente colliri cortisonici o con antibiotici, perché in molti casi si potrebbe peggiorare la situazione».

Ma il farmacista è in grado di valutare la gravità della situazione?
«Ci sono ovviamente varie situazioni ma i casi più gravi sono spesso evidenti, per cui è proprio il farmacista a consigliare di effettuare una visita ad un pronto soccorso oftalmico, soprattutto se si tratta di bambini».
Negli ultimi anni le preparazioni farmaceutiche dei colliri sono molto cambiate e sono apparse le confezioni monodose: qual è il motivo di questo cambiamento?
«Per poter essere istillati negli occhi, i colliri devono avere la stessa concentrazione salina delle lacrime e questo li rende facile terreno per lo sviluppo di molti microbi; per questo si consiglia di usarli entro 30 giorni dall’apertura della confezione: dopo potrebbero contenere batteri e quindi essere causa di altre malattie oculari. I monodose risolvono questo problema in quanto si apre un piccolo contenitore alla volta, e gli altri possono essere utilizzati fino alla data di scadenza impressa sulla confezione. Quando si vende un collirio - conclude la dottoressa Paoli - è buona norma chiedere se la persona che lo deve usare porta le lenti a contatto o no perché ci sono tipologie diverse di colliri, compatibili o meno con l’uso di tali presidi medici. Dietro due piccole gocce che cadono nei nostri occhi ci sono molte problematiche da tenere in considerazione».

Ci siamo quindi rivolti ad un oculista, il dottor Alessandro Franchini, dirigente medico dell’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi a Firenze, al quale abbiamo chiesto che cos’è un collirio.
«La parola collirio deriva dal greco kollorium che significa unguento. Il collirio è un liquido contenente una sostanza medicamentosa, e viene applicato all’interno tra la congiuntiva e la palpebra per la cura delle più svariate affezioni di pertinenza oculistica. Tutti i componenti del collirio - principio attivo, conservanti, e sali minerali - non devono interferire con la lacrimazione, sia per quanto riguarda la sua quantità che la sua composizione, altrimenti si rischia di alterare la stabilità del film lacrimale e la sua capacità di uccidere i batteri. I colliri possono essere liquidi, in soluzione acquosa ed oleosa o solidi (pomate, unguenti). Il principio attivo contenuto nella preparazione può svolgere il suo effetto direttamente per contatto di superficie o penetrare attraverso la cornea e la congiuntiva per agire in profondità».
Qual è l’uso corrente dei colliri in Italia?
«In Italia vengono vendute ogni anno quasi 20 milioni di confezioni di colliri e di questi solo un terzo dietro presentazione di ricetta medica. Con l’arrivo della distribuzione dei farmaci da banco nei supermercati e nelle parafarmacie questi dati potrebbero anche aumentare».
A suo parere, dottor Franchini, come vengono utilizzati i colliri dalla gente?
«La maggior parte di questi preparati non viene acquistata per curare patologie accertate ma per lenire tutta quella serie di disturbi compresi nel termine “occhio rosso”, così frequenti ai nostri giorni e causati da inquinamento, allergie, aria condizionata, agenti atmosferici, carenza di lacrimazione e così via».

Quali consigli, quindi, crede opportuno dare ai nostri lettori?
«L’abuso di colliri senza la prescrizione medica può essere responsabile di gravi patologie quali glaucoma e cheratite erpetica, fino alla perforazione corneale. Ad esempio, l’uso di colliri vasocostrittori (che riducono cioè il flusso del sangue nei capillari) in assenza di una precisa diagnosi può risolvere per breve tempo il fastidio all’occhio, ma questo si ripresenterà, ancor più forte, al termine dell’effetto. Il loro uso incontrollato – anche in assenza di qualsiasi sintomatologia – per la loro capacità di sbiancare l’occhio e renderlo “più bello” (le signore arrivano ad usarli per scopi estetici), può portare ad una forma di congiuntivite cronica, talvolta difficilmente curabile».
Se dunque ci fermiamo a riflettere sul fatto che, in Italia, la quota di spesa pubblica e privata usata per l’acquisto di colliri è la più alta in Europa, ne consegue che è necessaria una maggiore attenzione da parte di tutti (medici, farmacisti e soprattutto pazienti) per un uso assennato delle due “goccioline negli occhi”.

Infusi alle erbe
La ricetta del priore
Leggendo il bel libro di Paul O. Pfister dal titolo La rotonda sul Montesiepi, edito da Cantagalli, mi sono innamorata di un luogo magico e proprio lì ho acquistato una piccola casa colonica che a seconda delle stagioni regala sempre un panorama diverso. Nelle notti d’estate, mentre caprioli e cinghialotti girano nel campo, si scorge la “Via lattea” con il sottofondo di un concerto di grilli. D’inverno invece tutto diventa candido e congelato come se il tempo si fosse fermato.
E proprio andando a passeggiare su a Montesiepi ho incontrato  don Vito il priore (ma non so se questo è il termine giusto). Mi ha chiesto di parlare poco di lui ed io rispetto il patto. Visto però che si occupa di erbe medicamentose, mi è venuto spontaneo chiedergli: cosa fa bene ai nostri occhi? E lui: «premesso che le erbe non guariscono ma leniscono, la più antica pianta antinfiammatoria oculare è l’Eufrasia, chiamata anche “erba dei miopi”».
Questa è la ricetta: usare l’infuso preparato con acqua distillata facendo lavaggi freddi frequentemente con una garza sterile. È bene ricordare che esiste una differenza tra decotto ed infuso. Nel primo caso le piante vengono bollite da 3 a 15 minuti, mentre nel secondo caso sul prodotto viene versata acqua bollente e si lascia riposare proprio come un tè.

Gli intervistati
Dottoressa Stefania Paoli, laureata in Chimica e tecnologia farmaceutica e responsabile della gestione di due parafarmacie a Firenze; dottor Alessandro Franchini, dirigente medico dell’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi a Firenze