Intervista al prof. Mario Barucci

Scritto da Alma Valente |    Maggio 1999    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Giovani e timidi
Di loro si parla sempre troppo poco. Forse perché sono i classici bravi ragazzi, tutti casa e famiglia, desiderosi soltanto di non essere notati. Eppure, tra i giovani, i timidi e gli insicuri patologici sono un vero e proprio esercito: il 3,4%, secondo uno studio realizzato dal professor Mario Barucci, libero docente in psichiatria. Una percentuale consistente, troppo spesso sottostimata, soprattutto dai genitori, che considerano la timidezza dei figli un problema da risolvere con la volontà e dando tempo al tempo. Di solito il disagio compare, in maniera discreta, durante i primi anni di scuola, con l'aumento dei primi contatti sociali. Ma è nell'adolescenza che la timidezza si manifesta in modo più evidente, con la perdita dell'autostima, con la sfiducia in se stessi e con la tendenza ad isolarsi.
'Il primo timore di questi ragazzi è il giudizio negativo degli altri o, peggio ancora, dello scherzo e della presa in giro - spiega il professor Barucci -. Senza la protezione rassicurante della famiglia hanno paura di arrossire, di piangere o di mostrare segni d'ansia. Divenendo così prigionieri di una gabbia che essi stessi si creano. I timidi in genere sono individui intelligenti e consapevoli del proprio valore: per questo hanno una maggiore capacità di autocritica, che li porta a prevedere le conseguenze sfavorevoli delle proprie azioni. Solo gli sciocchi, del resto, si credono bravissimi e pensano di essere sempre all'altezza della situazione'.
I maschi, rispetto alle femmine - sempre secondo la ricerca - sono maggiormente a rischio, perché culturalmente è l'uomo che deve distinguersi, affermarsi, intraprendere e conquistare.
Ovviamente la timidezza può manifestarsi in tanti modi e con varie sfumature.
I "Fantozzi" della situazione, per esempio, proprio per il desiderio di non essere notati spesso diventano maldestri e quindi più visibili che mai. Ma ci sono anche gli "insospettabili": persone ben inserite, stimate ed apprezzate, che riescono con destrezza a mascherare il proprio disagio.

Ma quand'è che la timidezza diventa "malattia"?
Risponde Barucci: 'Quando è particolarmente intensa, continua e soprattutto quando le strategie di difesa comportano un "evitamento" di tante situazioni esistenziali necessarie per un corretto rapporto con gli altri'.

E se volesse dare qualche consiglio ai genitori?
'Il primo, e fondamentale, è quello di non sottovalutare mai il problema. Il bambino che sistematicamente si isola dagli altri perché si ritiene non accettato o l'adolescente che passa le feste e le vacanze all'ombra dei genitori o del computer rappresentano situazioni che devono essere affrontate con i consigli, i suggerimenti e le eventuali correzioni da parte di persone qualificate. Il rischio di trascurare le prime avvisaglie può portare non soltanto a sofferenze, anche notevoli, per il soggetto che si sente costretto a misurarsi con gli altri ma anche, in futuro, alla ricerca di soluzioni "selvagge" di altro genere: abuso di alcool, droghe e atteggiamenti anticonformisti. L'insicurezza, infatti, può produrre irascibilità, intolleranza e crisi anche violente nell'ambiente familiare (segnalate nel 20% dei nostri casi); ma si può arrivare anche alla contestazione organizzata, alla violenza negli stadi e al fanatismo ideologico. Non rara, soprattutto negli ultimi tempi, la modalità di trovare rassicurazione e compenso all'interno di sette religiose'.

Oltre a quelle psicologiche, le terapie farmacologiche possono in qualche maniera aiutare a risolvere il problema?
'Sì, i farmaci possono aiutare attraverso una modificazione del tono dell'umore che di solito, in questi soggetti, è improntato a modalità depressive. Migliorando l'umore migliora anche la maniera di vedere la vita, se stessi e la capacità di collocarsi in maniera adeguata nella società. In conclusione, al di là delle terapie che, per fortuna, sono tante e tutte valide, nei confronti del problema timidezza una grossa responsabilità deve essere sentita da genitori ed educatori che hanno a che fare con bambini, adolescenti e giovani, perché quanto prima si interviene tanto più si ha la possibilità di correggere questo difetto e di evitare la sua trasformazione in patologia'.

Per saperne di più
"Le nevrosi oggi, tra psicanalisi e psicofarmaci", Mario Barucci, Utet Libreria