Un'attrice, una politica e una manager parlano della Giornata internazionale della donna

Scritto da Silvia Gigli |    Marzo 2003    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Giornata e non festa
La più corrosiva è Anna Meacci. «Se si provano a regalarmi delle mimose gliele sbatto in testa». Quasi filosofica, invece, Marisa Nicchi. «Non c'è nessun automatismo fra diritti e libertà: le donne possono essere libere e non avere diritti e viceversa. L'importante è non dimenticare mai che le cifre della disuguaglianza nel mondo sono perlopiù declinate al femminile». Pratica e diretta Stefania Ippoliti: «Macché festa, per le donne ci vogliono battaglie di civiltà. Per la maternità, l'assistenza agli anziani, il lavoro. Tutte responsabilità che ricadono su di noi».
Tre donne, un identico modo di vedere l'8 marzo. «E' un'occasione in più per riflettere e impegnarsi. Fa tristezza che spesso tutto si risolva nell'andare a cena fra amiche...».

La prima è un'attrice. Una che l'8 marzo festeggia da sempre solo lui, il suo babbo. «Per me questa è la data del compleanno di mio padre, uno degli uomini più femministi che io conosca - racconta Anna Meacci -. Ha 77 anni ed ha sempre avuto ben chiara la questione della parità dei diritti fra uomo e donna. Chissà, forse perché nella sua famiglia le donne hanno sempre fatto tutto...». Ma la festa delle donne in quanto tale quella no, non l'ha mai festeggiata. «Non so - dice la Meacci - quando ero ragazzina mi pare avesse un sapore diverso. Ora quando vedo le donne festeggiare la loro 'libera uscita' mi viene il magone. Forse siamo arrivati ad un punto tale che si deve ricominciare tutto da capo. Perché i problemi delle donne non sono risolti, né in Italia né altrove». Lei l'8 marzo lo passerà come sempre, in teatro. «Sarò al Politeama di Cascina con Dodi Conti e Katia Beni e il nostro "1, 2, 3 chiacchiere". Paradossalmente a marzo andiamo in scena ogni sera, negli altri mesi molto meno. Chissà, forse c'è chi pensa che le donne debbano lavorare solo nel mese della loro festa...».

Marisa Nicchi
Giornata e non festa 2
è consigliera dei DS in Regione. Una donna da sempre impegnata in politica, che si scopre oggi a riflettere sull'opportunità di introdurre le quote per agevolare la partecipazione femminile alla cosa pubblica. «Lo considero un rimedio temporaneo, spia di un grande problema democratico del nostro paese», dice. Ma i dati sono schiaccianti: le donne in politica e nelle amministrazioni sono ridotte al lumicino. In Europa siamo quasi in fondo alla lista. «Eppure le italiane sono impegnate nei movimenti, nel sociale, nel volontariato. Bisogna chiedersi allora perché non vogliono fare politica. Forse perché richiede un impegno totalizzante e professionalizzato, che loro rifiutano perché hanno una dimensione di vita più complessa, in cui ci sono anche la famiglia, l'amore, i figli, la cura di sé. Ma così la politica perde una risorsa grandissima». Marisa Nicchi non ha mai visto l'8 marzo come una festa. «L'aspetto ludico-consumistico di questa ricorrenza è antipatico, non fosse altro per il fatto che l'8 marzo nasce dall'umiliazione della vita e della dignità di tante donne... Ma penso comunque che abbia ancora un senso. Quest'anno dovremmo dedicarlo alla pace, contro la guerra all'Iraq».

Neanche Stefania Ippoliti ha mai festeggiato l'8 marzo. La presidente fiorentina di Confesercenti è però fermamente convinta che sia un simbolo, un monito a pensare e interrogarsi sui drammi che toccano le donne in ogni angolo del mondo. «Penso all'infibulazione o alle donne lapidate perché accusate di adulterio - dice - ma in fondo non è necessario andare molto lontano. Per vedere i diritti calpestati è sufficiente regalare uno sguardo alle migliaia di ragazze-schiave che popolano le nostre strade. La tratta della prostituzione è sotto gli occhi di tutti, ma sembra che nessuno voglia vedere il dolore di quelle donne. Ecco, vorrei che loro sapessero che possono essere aiutate». Ma, anche fra le italiane, c'è poco da festeggiare. «Di problemi irrisolti ce ne sono tanti. Al primo posto metto la maternità, ovvero l'assenza di risposte adeguate per le donne che lavorano e che vogliono mettere al mondo dei figli. Parlo di asili, di orari di lavoro e aiuti concreti. Penso alle lavoratrici del commercio che fanno orari non coperti dal nido. Penso alla cura degli anziani, che ricade perlopiù sulle spalle delle donne, mentre i sostegni dal governo centrale alle amministrazioni vengono meno. Queste sono battaglie su cui vale la pena impegnarsi». Altro che mimose, insomma. «Anche in una civiltà piuttosto opulenta e fortunata come la nostra ci sono incredibili sacche di povertà e spesso coinvolgono le donne. Ecco perché l'8 marzo è importante, perché ci fa pensare a queste cose».