Le cause dell’artrosi, i farmaci, le protesi, la riabilitazione

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2016    |    Pag. 44,45

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Disegno di Lido Contemori

Ortopedia

Molto spesso si sente dire, magari al supermercato o per strada, soprattutto dalle signore: mi fanno male i “ginocchi”; il messaggio arriva lo stesso ma il termine esatto e la causa di quel dolore sono le “ginocchia” di carne e ossa, in quanto i “ginocchi” è un termine esatto solo per quelli meccanici.

Ma la questione più complicata da chiarire è perché le ginocchia si ammalano, domanda alla quale ci ha risposto il dottor Riccardo De Felice, ortopedico, Dirigente medico presso l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi.


Quali sono le cause dell’artrosi alle ginocchia? E ne sono colpiti più gli uomini o le donne?

«Secondo i dati più recenti, le donne sono a maggior rischio rispetto agli uomini e i sintomi provati dalle stesse sono generalmente più intensi. Inoltre, la prevalenza dell’artrosi è tripla nelle donne in post-menopausa rispetto ai maschi. Come per molte altre malattie, si assiste a una combinazione fra la predisposizione genetica e l’influenza dei fattori ambientali, soprattutto le sollecitazioni meccaniche, l’obesità, le malformazioni, i traumi e i microtraumi. Molto importanti risultano i “disallineamenti” sia del femore con la tibia che del femore con la rotula. La sofferenza articolare nasce da una serie di modificazioni come l’assottigliamento e poi la scomparsa dello strato cartilagineo di rivestimento della superficie articolare, la formazione di piccole cavità al di sotto dello strato cartilagineo (“geodi”) o l’alterazione del liquido dentro l’articolazione quale disfacimento del rivestimento cartilagineo, con l’indurimento dell’osso sottostante alla cartilagine».


Quali sono i principali fattori di rischio?

«Indubbiamente il più importante è l’età, perché con l’avanzare del tempo anche le nostre articolazioni perdono elasticità e resistenza ai traumi. Comunque i fattori più importanti sono la familiarità, il sovrappeso e l’obesità».



Veniamo alle terapie mediche e alla loro efficacia.

«Farmaco di prima scelta nella terapia del dolore è il paracetamolo. In caso d’inefficacia è utile ricorrere, sempre su prescrizione medica, a farmaci più sofisticati, tenendo conto che nei pazienti a rischio gastro-intestinale è prudente fare ricorso ad altri prodotti meno dannosi per lo stomaco. In alternativa alle pasticche, molto utile può risultare la terapia infiltrativa con antiinfiammatori o sostanze di rinforzo della struttura cartilaginea come, per dirne uno, l’acido jaluronico».


Quali sono i criteri che inducono l’ortopedico a ricorrere all’intervento di applicazione di protesi?

«Rispetto ai numerosi fattori di valutazione obiettivi, quello soggettivo della sofferenza e dell’handicap del paziente predomina ed ha spesso il sopravvento. Anche un progressivo peggioramento delle anomalie articolari possono indurre l’ortopedico ad anticipare l’intervento. Tuttavia, nonostante il rischio operatorio sia ormai molto basso e la durata delle protesi superi i 15 anni, nella maggior parte dei casi si preferisce procrastinare il più possibile l’intervento».


L’intervento presenta particolari criticità? Quanto dura in genere?

«L’intervento è divenuto a basso rischio, specie negli ultimi anni e se realizzato da mani esperte. Dura in media 80-90 minuti, con un sanguinamento che può essere trascurabile, ma variabile in base alla capacità coagulativa del paziente, all’abilità e alla precisione del chirurgo e ai farmaci utilizzati per prevenire le complicanze antitrombotiche».

All’intervento segue ovviamente un periodo di riabilitazione. Di questo parliamo con Dario Perrone, dottore in Fisioterapia presso l’Istituto Don Gnocchi di Firenze.


Dopo l’intervento, che scopo vi prefiggete?

«Quello di far tornare il paziente a condurre lo stile di vita che conduceva prima nel più breve tempo possibile, evitandogli dolori e complicanze. Ma le tecniche riabilitative differiscono da paziente a paziente, in base all’età, al peso e al sesso. È importante che il paziente inizi a fare fisioterapia in tempi brevi, per evitare complicazioni circolatorie e articolari. Nelle prime settimane si fanno gli esercizi per riacquistare elasticità e tono muscolare. Con il passare delle settimane i trattamenti diventano più intensivi e mirati al raggiungimento dell’autonomia della persona».


Quanto dura la riabilitazione?

«Ovviamente non abbiamo la bacchetta magica. Ci sono protesi di ginocchio totali o parziali, e in entrambi i casi per il recupero totale delle attività quotidiane bisogna aspettare circa tre mesi, durante i quali il paziente dovrà sottoporsi a sedute riabilitative presso strutture adeguate e sotto la guida di fisioterapisti qualificati».


Si prova dolore nella riabilitazione?

«Sì, il dolore c’è, più o meno intenso, ma può essere attenuato se il paziente segue i consigli e i tempi stabiliti dal fisioterapista, il quale deve mettere in atto tutta la sua professionalità per diminuire il disagio del paziente».


Gli intervistati

Riccardo De Felice

ortopedico, Dirigente medico presso l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi

Dario Perrone

fisioterapista presso l’Istituto Don Gnocchi di Firenze


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