Massimo Cavezzali, Mario Spezi e Marco Vichi parlano dei loro gialli ambientati in Toscana

Scritto da Bruno Santini |    Febbraio 2010    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Un bambino scompare nel nulla. Si teme sia addirittura vittima di un atroce delitto. Ecco l'input del più recente romanzo di Marco Vichi, Morte a Firenze. Un nuovo caso per il commissario Bordelli che questa volta trova a ostacolare le sue indagini persino l'alluvione del 1966.

Perché ambientare i tuoi gialli, con Bordelli protagonista, nella Firenze anni ‘60?
«Forse passerò da matto, ma non sono stato io a scegliere. È stato lo stesso commissario Bordelli. Ricordo bene il pomeriggio in cui pensai - per la prima volta in vita mia - di tentare un'incursione nel poliziesco, genere che non mi ha mai appassionato e verso il quale ho tuttora un forte pregiudizio. Era il '95, mancavano ancora quattro anni alla mia prima pubblicazione, e avevo gli armadi pieni di romanzi e racconti scritti in precedenza, tutte cose che non avevano niente a che fare con il giallo. Ero curioso di capire come me la sarei cavata con quel tipo di storie. Come faccio sempre, mi buttai a scrivere senza sapere nulla di quello che mi si sarebbe srotolato davanti, e a pagina 2 "vidi" il commissario Bordelli salire su un Maggiolino, e fu in quel momento che capii di essere negli anni Sessanta. Mi sono subito affezionato all'idea di ricostruire la mentalità e i ritmi di vita di quell'epoca, ma poco dopo mi sono accorto che tutto ciò mi dava anche la possibilità di travasare le memorie di guerra di mio padre nella mente del commissario, visto che le vicende che stavo raccontando si collocavano a distanza di soli vent'anni dal conflitto. Scrivere può servire anche a questo, a salvare memorie personali».

La storia, come le precedenti, è ambientata a Firenze: quanto il luogo ha influenzato i tuoi romanzi?
«Di solito non succede, o succede il contrario, e cioè che un racconto o un romanzo esiga certi luoghi per essere narrato. Ma mi viene in mente un lavoro che scrissi molti anni fa (Buio d'amore per Barbès), ambientato in uno dei luoghi di Firenze che amo di più, un vicolo ombroso e ignorato dal turismo, a un passo da Ponte Vecchio. Quella volta è stato il luogo a chiedermi di scrivere una storia».

Come sarebbe Bordelli se operasse nella Firenze del 2010?
«Sarebbe ancora più amaro, vedendo in che Italia stiamo vivendo. Forse lascerebbe la Polizia e si ritirerebbe in campagna ad allevare galline e a coltivare l'orto».

 

Commissario e cafone

Nel capoluogo ai giorni d'oggi lavora invece il commissario Lupo Belacqua (romano di nascita ma fiorentino d'adozione) nato dalla penna di Mario Spezi e protagonista del recente Un'indagine estrema del commissario Lupo Belacqua (Barbera Editore).

Che Firenze è quella che fa da sfondo alle inchieste del commissario Belacqua?
«Ha un cielo diverso da quello anni Sessanta. Quello che vede Belacqua sfuma nel giallo-verde dell'ossido di carbonio, è illuminato da una macchia biancastra che chiamano ancora sole. Sui muri della città è più facile che qualcuno scriva con la bomboletta Giulia t..., piuttosto che Giulia ti amo. È una Firenze sulle cui strade di periferia, ma non troppo, si spalmano tutte le sfumature di prostitute: dalle bianche slave alle brune rumene, dalle cioccolato sudamericane alle caffè forte nigeriane. È come le altre città italiane, una Firenze dove non conta aver ragione, ma schiacciare l'avversario, dove la mafiosità è a tutti i livelli, anche alle riunioni di condominio. Ma è sempre la Firenze di case antiche chiuse come torri, crude, tutte spigoli, superbe, che ti invitano ad allontanarti, di stradine buie, tortuose, strette tra palazzi severi che sembrano prigioni. È la Firenze che non ti ama mai, che non tollera neanche di essere amata, che preferisce essere rispettata o, meglio, temuta».

Come è nata l'idea di un commissario come Belacqua?
«L'idea è nata per dare un qualche sfogo a tutti quei pensieri che non puoi esprimere. Dopo trenta anni di cronaca fiorentina, mi è piaciuto raccontare "cosette" dei tanti ambienti che ho attraversato: quello dei giornali, certo, dei politici locali, dei poliziotti, degli aristocratici e dei disgraziati».

Quanto di Mario Spezi c'è nel commissario Belacqua?
«Tanto e poco. Mi piacerebbe essere, come lui, "eticamente maleducato", ma mi limito ai "cattivi pensieri". Perché Belacqua è cafone per scelta etica, la sua è una microscopica guerriglia contro il conformismo e la stupidità. Solo che lui lo fa, io lo sogno».

 

Indagini di un antiquario

Ma nella Toscana cara ai "giallisti" non c'è solo il capoluogo a far da sfondo a fatti delittuosi. Tra Cortona, Arezzo e Montecatini Terme si svolge La collana di pulcini d'oro (Neftasia Editore) scritto da Massimo Cavezzali e Sauro Ciantini.

Cavezzali, quali sono le caratteristiche del protagonista Davide Tatorino?
«È un esperto d'arte molto simpatico, forse un po' confusionario, col vizietto dell'indagine criminale. Inciampa nei casi complicati perché lo attirano come il miele... e si muove nella Toscana dei collezionisti d'arte, dei mercatini antiquari, dei pittori, dei librai, delle trattorie tipiche».

Come si procede alla stesura a quattro mani di un romanzo giallo?
«Sauro Ciantini e io siamo entrambi disegnatori di fumetti. Quando abbiamo deciso di cimentarci col romanzo è nato il personaggio di Davide Tatorino e con lui questi polizieschi toscani. Io vivo a Firenze, Sauro a Borgo San Lorenzo, e i romanzi vengono scritti rimbalzandoci le e-mail sul computer, scrivendo, aggiungendo, correggendo, un modo di lavorare molto divertente, anche se impegnativo. Sauro ha realizzato sia la copertina di questo che del precedente romanzo Una busta per Grace».

Quanto i disegnatori Cavezzali e Ciantini sono stati utili ai romanzieri Cavezzali e Ciantini?
«Fumetto e romanzo sono più vicini di come sembra. Non dimentichiamo che due grandi scrittori e giallisti come Fruttero e Lucentini, diressero per un periodo la storica rivista di fumetti Il Mago per la Mondadori. E poi Sauro ed io avevamo già collaborato insieme, mischiando i nostri personaggi disegnati, Palmiro ed Ava, con testi umoristici, in due libri pubblicati da Comix».


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