Al servizio della scienza nel rispetto dell'ambiente: una scelta possibile. L'esperienza del laboratorio di genetica molecolare, a Firenze

Scritto da Laura D'Ettole |    Marzo 2002    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Si chiamano 'biotecnologie sostenibili' e lavorano su un aspetto ancora poco conosciuto dall'opinione pubblica: la nascita di una generazione di prodotti totalmente privi di rischi per la salute dell'uomo e rispettosi dell'equilibrio ambientale. Potrebbero sfornare in un futuro neanche troppo lontano prodotti che si conservano più a lungo senza bisogno di additivi chimici; oppure incrementare le sostanze anticancerogene normalmente presenti nel vino per farne una bevanda ultrasalutare, per imperitura riconoscenza degli enofili. Con questa filosofia lavora da tempo, in un labirintico laboratorio di un antico stabile di via Romana, l'équipe di genetica molecolare dell'Università di Firenze coordinata dal genetista Marcello Buiatti. Insieme a pochi altri, in Italia e nel mondo, in questa sede si affronta tutta la filiera del problema: dagli studi matematici sul genoma alla sperimentazione 'in vitro'. L'epicentro di questa sofisticata applicazione di know how scientifico è un organismo apparentemente povero e insignificante: il pomodoro.

Genesi di un pomodoro
'Stiamo studiando tutte le varietà di pomodori oggi in commercio per capire la loro variabilità', spiega Buiatti. Ma per mettere a fuoco il problema è necessario fare un passo indietro.
Da poco tempo, meno di una decina di anni (l'ingegneria genetica delle piante e degli animali invece è vecchia di vent'anni), si è scoperto che la vita è organizzata in modo più complesso di quanto ci si aspettasse. Secondo l'opinione corrente il corredo genetico dell'uomo sarebbe interamente composto di geni, ognuno dei quali avrebbe un'informazione su un singolo carattere: colore degli occhi, capelli, lunghezza del naso. In realtà i dati più recenti ci dicono che non è così. Gli esseri umani hanno appena 30 mila geni in diverse varianti, e nell'uomo questi ultimi rappresentano appena il 2% del genoma. Quel 98% che resta è fatto di Dna che serve a modulare l'azione dei geni, cioè a determinare quanto, quando e dove ciascuno di essi debba esprimersi. 'Grazie a questo meccanismo, i geni funzionano in modo coordinato e armonico anche dal punto di vista quantitativo. Tanto per fare un esempio banale, se un gene umano provoca una forte assimilazione degli alimenti ve ne saranno altri che permettono l'eliminazione del superfluo e viceversa'. Per questo quando immetto un gene estraneo in un organismo superiore il primo effetto che ottengo è quello di alterare vistosamente questi equilibri, provocando probabilmente un danno all'organismo che lo riceve. Perciò gli esperimenti fatti sia sugli animali che sulle piante per ottenere organismi transgenici sono quasi tutti falliti. 'La sfida futura è quella di capire l'interazione fra i vari pezzi del Dna per poter prevedere i risultati dell'ingegneria genetica', continua Buiatti.

I pomodori dell'équipe di via Romana non finiranno mai sulla tavola del consumatore. Così come nessuna piantina varcherà mai quel portone per finire in campo aperto. I ricercatori indagano sui geni che hanno a che fare con gli ormoni della pianta. Studiano come sono fatte le loro zone regolatrici, gli 'interruttori' dei geni: quelli che presiedono alla maturazione, dimensione, altezza del frutto. 'Una mappa capace di darci una conoscenza sufficiente può arrivare a isolare anche un centinaio di interruttori, con effetti diversi'. Finora ne hanno individuati una ventina.

'Non dobbiamo puntare alla creazione di un prodotto sensazionale, né incrociato con organismi troppo lontani da quello d'origine', sottolinea Buiatti, che coniuga da tempo il suo lavoro di scienziato delle biotecnologie con la presidenza di un'associazione ambientalista. Le biotecnologie sostenibili rappresentano un modo per lavorare sulla qualità dei prodotti, cercando di ottenere organismi più resistenti agli stress ambientali, senza alterare le loro caratteristiche essenziali.

'In Toscana si vive di prodotti tipici, e sicuramente non li altererei mai, ma pensiamo ad esempio al potenziale commerciale di un vino con il bouquet del Chianti, in cui vengano aumentate le naturali sostanze anticancerogene senza pericoli per la salute!'. Si apre un intero universo di sfide possibili che non mancherà di far discutere parecchio negli anni a venire.