Le frontiere della biologia per migliorare ciò che mangiamo. Le esperienze dei laboratori scientifici fiorentini

Scritto da Francesco Giannoni |    Maggio 2009    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Biotecnologie è una di quelle parole capaci di suscitare inquietudine e sospetto in tante persone. Ma la dottoressa Stefania Tegli rassicura tutti: «il principio base delle biotecnologie è l'uso (in campo agrario-alimentare) di microrganismi, già presenti in natura, per svolgere un processo od ottenere un prodotto: quando migliaia di anni fa, abbiamo imparato a mescolare alcuni lieviti con farina, malto e uva per produrre pane, birra e vino, abbiamo cominciato a usare le biotecnologie che, quindi, sono una scienza antica quanto l'uomo».

Aggiunge un altro esempio: abbiamo superato il Medio Evo, anche perché i contadini di allora, empiricamente, avevano appreso la tecnica della rotazione agraria: se un anno coltivo il mio campo a grano, l'anno dopo è bene che ci semini erba medica, perché il grano impoverisce il terreno di azoto organico (la cui presenza garantisce la fertilità del terreno stesso); l'erba medica, invece, vive in simbiosi con batteri che riformano l'azoto nel terreno: così il grano, gli anni successivi, può crescere abbondante.

In più, con la rotazione delle colture, si rafforzano le stesse contro le malattie: molti agenti patogeni (batteri o funghi) che attaccano il grano sono innocui per l'erba medica; per cui se il grano si "ammala", e dopo la mietitura qualche spiga "malata" rimane sul campo, lo infetta. Se risemino nello stesso campo il grano, questo si riammala.
Ma coltivandoci l'erba medica, il patogeno del grano è incapace di attaccarla e si indebolisce: il grano negli anni successivi si ammalerà di meno. Ecco le biotecnologie. I contadini medievali le applicavano senza cognizioni tecniche, ma le avevano intuite. Si deve aver paura di tutto questo?

Il fungo buono

Oggi, con i fondamenti teorici e scientifici delle tecniche agrarie e biotecnologiche, si possono usare potenti microrganismi, già presenti in natura, contro le malattie delle piante.

Cerchiamo di chiarire: il Trichoderma è un fungo "buono" che uccide i microbi che fanno ammalare le piante. Non solo: produce anche sostanze che "allertano" le difese proprie di una pianta perché siano pronte quando si avvicina un agente infettivo.

Ma dato che la pianta non ha una "memoria immunitaria", ogni tanto «le va ricordato che può difendersi». Come? Somministrandole agenti di lotta biologica come il Trichoderma o sostanze da lui prodotte, che "mimano" la presenza della malattia. Così, la pianta rimane allertata per un certo tempo (da alcuni giorni ad alcuni mesi) e può difendersi.

Il Trichoderma, infine, attiva il metabolismo della pianta che cresce meglio e produce di più; «molti di noi questo non lo sanno e si limitano ad associare il termine biotecnologie agli Ogm (organismi geneticamente modificati)».

Secondo Tegli, la gente dovrebbe essere messa maggiormente a conoscenza che questi rientrano solo in minima parte nelle biotecnologie fitopatologiche. Tanti considerano gli Ogm dei "mostri" ma andrebbe chiarito che buona parte di loro sono usati per combattere le malattie delle piante: introducendo nel pomodoro geni derivati da piante a lui simili, il rosso ortaggio acquisisce resistenza a certi funghi.

Grazie agli Ogm, inoltre, sono stati scoperti fenomeni fondamentali in biologia, come il "silenziamento genico" (presente in ciascuno di noi) che serve per "silenziare" gli "inganni" che un virus immette nelle nostre cellule quando ci vuole infettare: così possiamo difenderci da buona parte delle infezioni virali. Le terapie basate sul silenziamento genico sono addirittura usate contro il cancro, ma «questo non viene mai detto».

 

Il lato debole del bio

Per combattere i nemici delle piante usando solo mezzi naturali (per esempio, favorendo la nidificazione di uccelli insettivori presso le colture o servendosi di insetti "buoni" contro quelli "cattivi"), la dottoressa Tegli è possibilista. Ritiene, però, più ragionevole l'uso associato di metodi naturali e chimici, perché «l'integralismo, in un senso o nell'altro, non paga mai» e anzi fa correre rischi.

Perciò suggerisce la prudenza nella coltivazione dei prodotti biologici. A tal proposito, parla delle micotossine (spesso cancerogene e immunodepressive) prodotte da certi funghi che possono attaccare cereali e uva, sia nei campi (dove non necessariamente causano grossi danni) che dopo la raccolta: per la loro diffusione e resistenza anche alle basse temperature (come i 4° del nostro frigorifero) sono un «problema mondiale ineliminabile».

Quindi ci sono tre possibilità: 1) trattare le piante con gli antifungini tradizionali che azzerano il rischio; 2) non trattarle e «tenersi le micotossine»; 3) scegliere la via di mezzo attuando una serie di misure che riducono lo sviluppo di questo fungo. Comunque, sia chiaro che «usare correttamente gli antifungini è molto meno avventato che non usarli», correndo il rischio di mangiare "pasta alle micotossine".

Ma Tegli è categorica: «deve, comunque, esserci un controllo durante la fase produttiva e sul prodotto finito: io non voglio mangiare gli antiparassitari. Noi consumatori dobbiamo essere informati correttamente e sulla nostra tavola deve finire ciò che è giudicato migliore, in base a serie analisi scientifiche che possono essere garantite dalle catene di grande distribuzione».

 

Un aiuto concreto

Le analisi su ciò che arriva in tavola sono migliori grazie alle biotecnologie. «Utilizzando tecniche e strumenti molto rapidi e specifici possiamo sapere quali vitigni sono presenti in quel vino, se quel pecorino è fatto solo con latte di pecora o c'è dell'altro, se quella salsiccia è veramente di cinghiale o se non l'ha neanche visto».

Inoltre, è bene sapere che certe caratteristiche dei batteri che attaccano le piante sono presenti in tutti i batteri, compresi quelli nemici dell'uomo e degli animali. I biotecnologi stanno cercando di trovare molecole che potrebbero migliorare l'efficacia degli antibiotici convenzionali che hanno un grave limite: i batteri patogeni imparano a "riconoscere" l'antibiotico e a degradarlo, rendendo inutile l'assunzione del farmaco da parte nostra.

La dottoressa Tegli, infine, lancia un messaggio ben preciso ai consumatori, «fra i quali c'è la sottoscritta»: solo con la conoscenza possiamo difenderci da certi messaggi fuorvianti e solo con una maggiore e più estesa cultura scientifica «potremo sperare in un uso corretto della scienza, fra cui le biotecnologie fitopatologiche».


Fotografie di Francesco Giannoni


Dottoressa Stefania Tegli, docente di Biotecnologie fitopatologiche, dipartimento di Biotecnologie agrarie, Università di Firenze

 


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