Un ricercatore pisano nella squadra che ha studiato un ominide di tre milioni d’anni fa

Scritto da Andrea Marchetti |    Marzo 2016    |    Pag. 9

Dopo gli studi giuridici, si è occupato di ambiente ed energie rinnovabili: scrive per www.greenme.it, www.greenews.info e per alcune riviste del Gruppo Tecniche Nuove S.p.A. Collabora, inoltre, con la redazione di Pontedera (Pisa) de La Nazione e, dal 2010, con l'Informatore. Ha frequentato il Master in "Scrittura e Storytelling" della Scuola Holden di Alessandro Baricco e oltre a scrivere per i giornali si cimenta come sceneggiatore per cinema e fumetti.      

L’intervistato: professor Damiano Marchi, antropologo del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa

Pisa

«Fin dalla prima settimana di studi - dice il professor Damiano Marchi, antropologo del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa - avevamo avuto la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di speciale. E dopo è stato un continuo crescendo, una scoperta giornaliera di nuovi elementi, fino alla definitiva certezza: i reperti fossili che avevamo davanti appartenevano a una nuova specie di ominide, ancora sconosciuta alla scienza».

Il professore si riferisce all’Homo naledi, i cui resti sono stati rinvenuti in Sud Africa, a circa 30 metri di profondità, in un antro chiamato Dinaledi Chamber, una delle grotte che fanno parte del Rising star, stella che sorge, un sistema di caverne della provincia di Gauteng, a circa 50 chilometri da Johannesburg.

Nella lingua locale naledi significa stella e l’ominide prende dunque il nome dal luogo della scoperta. Sono stati trovati oltre 1500 reperti fossili, appartenenti ad almeno 15 individui di diversa età e sesso, vissuti più di 3 milioni di anni fa.

La presenza di quasi tutte le parti dello scheletro rende il ritrovamento eccezionale: si è potuto descrivere la nuova specie in «maniera accurata». Il risultato è di inestimabile valore scientifico. La scoperta getta nuova luce e pone nuovi interrogativi sulla storia dell’evoluzione umana, dimostrando, una volta per tutte, che non si è trattato di un percorso lineare, e che la natura ha seguito diverse strade prima di arrivare all’Homo sapiens, cioè all’uomo moderno.

Il professor Marchi, selezionato con un bando internazionale per esperti di paleoantropologia, è stato l’unico italiano a far parte della squadra di 50 studiosi che, per oltre un mese, ha analizzato i reperti, arrivando a fare un interessante ritratto dell’ominide che aveva molti tratti in comune con l’Homo sapiens (non a caso è stato classificato nello stesso genere homo), ma anche diverse somiglianze con le scimmie.

Il professor Marchi si è occupato, in particolare, dello studio degli arti inferiori e della ricostruzione del movimento degli ominidi. 

«Il naledi - afferma il professore - è quello che noi chiamiamo un “mosaico”: aveva caratteristiche tipiche del genere homo, come ad esempio le gambe lunghe, ma aveva anche un torace e delle spalle, per così dire, ancora “scimmiesche”, al pari delle braccia corte e delle dita particolarmente curve. È proprio questa coesistenza di elementi più evoluti e di altri più primitivi a rendere il naledi così peculiare, a tutti gli effetti una specie a sé stante. Prima della scoperta dei suoi fossili, pensavamo che, procedendo con l’evoluzione e conquistando la posizione eretta, certe caratteristiche si perdessero. Ci sbagliavamo: il naledi era un homo, bipede, che camminava in posizione eretta, ma era ancora in grado di arrampicarsi sugli alberi come le scimmie».

Il naledi, che era alto circa un metro e cinquanta e pesava 45 chili, aveva anche altre caratteristiche simili all’Homo sapiens, ad esempio i denti minuti. Tuttavia il suo cranio era più piccolo, più simile a quello di una scimmia che a quello di un uomo.

«Le sue peculiarità - dice il professor Marchi - lo rendevano evidentemente molto adatto all’ambiente in cui viveva». 

Non è detto, però, che l’ominide vivesse solo nel luogo in cui i suoi resti sono stati trovati.

«La storia dei fossili è fatta anche di eventi fortunosi - conclude il professor Marchi - ed è possibile che il naledi fosse diffuso anche altrove, magari in zone in cui, per ora, non sono stati fatti ritrovamenti».

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