L’evoluzione della fotografia scientifica. Le collezioni del Museo di Antropologia di Firenze

Scritto da Silvia Amodio |    Gennaio 2014    |    Pag. 40

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Abbiamo incontrato la dottoressa Gloria Roselli, curatrice del Museo di antropologia di Firenze, che ci ha affascinato raccontandoci lo stretto legame della fotografia con l’antropologia. Al di fuori dell’utilizzo classico della fotografia, questo mezzo, a partire dalla metà dell’‘800, ha un importante ruolo nello studio dell’uomo e delle sue abitudini.

«A quel tempo – ci spiega - quando ancora non era stato scoperto il Dna e viaggiare era un’avventura riservata a pochi, questo strumento si rivelava utile per catalogare in maniera oggettiva, attraverso lo studio dei tratti somatici, quelle che allora si chiamavano razze.

Le società di antropologia più importati erano quella francese e quella tedesca che davano delle linee guida precise sul metodo da utilizzare. Le persone dovevano essere estrapolate dal contesto, possibilmente nude, e il fotografo doveva astenersi da qualsiasi intervento estetico o creativo. Solitamente veniva realizzata una foto di fronte e una di profilo, con il braccio piegato per vedere le proporzioni del corpo, in modo da poterlo anche misurare.

Si trattava di un vero e proprio collezionismo, tanto che le fotografie venivano scambiate tra le varie società, come si farebbe ora con le figurine, un polinesiano in cambio di un africano… Verso la fine dell’‘800, la fotografia non è più spoglia, ma si arricchisce di elementi che contraddistinguono un popolo, spostando così l’attenzione su aspetti più etnologici e culturali, attirando l’attenzione anche dei comuni mortali».

Gloria roselli curatrice del museo antropologia firenzeLe persone sono affascinate dall’esotico, per esempio dagli indiani d’America che per l’occasione vengono agghindati per bene con frange e piume, ma anche con oggetti e armi.

Così accanto alla fotografia scientifica si sviluppa anche quella che soddisfa la curiosità delle persone che non potevano viaggiare. L’apoteosi di questo fenomeno avviene nel 1877 quando al Jardin d’Acclimatation nello zoo di Parigi, insieme a giraffe e zebre, vengono esposti anche alcuni abitanti dell’Africa, un successo enorme tanto da “importare” negli anni successivi anche lapponi, eschimesi, argentini.

A questo proposito la studiosa ci racconta che «un giorno stavo studiando delle fotografie di indiani sioux, quando qualcosa  non mi convinse e riconobbi Fiesole sullo sfondo! Era il circo di Buffalo Bill in tourneé a Firenze, a Campo di Marte.

Non per scelta ma per sopravvivenza, in quegli anni alcuni rappresentanti di varie etnie decidono di autorappresentarsi, alimentando un mercato di spettatori e fotografi».

Da Lombroso a oggi

Con il passare degli anni viene dato sempre più spazio allo studio dell’uomo inserito nel suo ambiente e nella sua quotidianità. Si indeboliscono le teorie di Lombroso che catalogavano i tipi umani, il delinquente, il gentiluomo, secondo precise caratteristiche anatomiche. (Secondo le sue stesse teorie, l’autopsia sul suo corpo avrebbe sentenziato che era “affetto da cretinismo perpetuo”).

L’inizio del ‘900 è un periodo culturalmente denso di eventi e cambiamenti. Il fotografo antropologico non è più solo al servizio di qualcun altro ma inizia ad esprimersi autonomamente.

Il circo di buffalo bill al campo di marte nello puccioni 1906Nascono nomi che faranno storia, Edward Curtis famoso per i suoi scatti agli indiani d’America e August Sander, che negli anni trenta ha fotografato varie classi sociali in Germania, tanto per citarne un paio, che cominciano anche a firmare le proprie opere.

«Ciononostante in Italia - prosegue la studiosa - negli anni ‘30 e ‘40 c’è un ritorno alla fotografia antropologica classica: basti pensare alle foto coloniali, che ci rappresentano conquistatori in giro per il mondo. Al museo custodiamo un patrimonio di circa 26.000 immagini, tutte catalogate secondo precisi standard di conservazione.

Una parte molto importante è quella coloniale, un’altra è quella del medico-antropologo Paolo Mantegazza, una collezione molto particolare perché rappresenta una serie di esperimenti sulle sensazioni fisiche.

Poi abbiamo anche molte fotografie più recenti, come quelle che Fosco Maraini, scrittore, orientalista, alpinista, etnologo e fotografo, ha personalmente donato al Museo, e altre collezioni private che via via ci sono state lasciate».

L’accessibilità al mezzo fotografico ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo e di raccontare quello che succede intorno a noi.

Ogni giorno condividiamo milioni di fotografie e se da una parte ci siamo assuefatti alle immagini, esse comunque conservano il potere di commuoverci, di indignarci e di riportare alla memoria vecchi ricordi.

  • Nella foto in alto, foto di Paolo Mantegazza tra i Lapponi 1879
  • Nella foto di metà articolo L'intervistata Gloria Roselli, curatrice del Museo di Antropologia Firenze
  • Nell'ultima foto, Foto di Nello Puccioni, 1906. Il circo di Buffalo Bill al campo di Marte


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