Scritto da Letizia Coppetti |    Aprile 2006    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in lingue e letterature straniere, ha lavorato per tredici anni alla redazione di Firenze dell'Agenzia Ansa, occupandosi sia di cronaca nera che di bianca. Collabora dal 1990 con l'Informatore e dal giugno 2001 a dicembre 2002 si è occupata dei contenuti del sito di Unicoop Firenze. E' stata anche direttore del periodico Celiachia Notizie, house organ dell'Associazione Italiana Celiachia. E' stata coordinatore redazionale dell'Informatore fino al giugno 2006, la rivista dedicata ai soci.

foto: Foto di S.Servi / Festa di libertà 1
Pesach
, nome con cui è chiamata la Pasqua ebraica,
commemora la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto e l'inizio della sua vera storia. "Io vedrò il sangue e passerò oltre" (Esodo 12,12), così dice il Signore nella Torah (Antico Testamento), quando ordina al popolo ebraico di marcare gli stipiti delle loro porte con sangue di pecora, per riconoscerli e risparmiarli dal suo castigo (l'uccisione di tutti i figli primogeniti) contro gli egiziani. La frase "passerò oltre" in ebraico viene resa appunto con la parola Pesach, da cui il termine italiano Pasqua.

La Pasqua ebraica inizia il 15 del mese di Nissàn. In Israele dura sette giorni, mentre fuori d'Israele - nella Diaspora - la durata è di otto, dei quali i primi e gli ultimi due sono di festa solenne. In questi giorni è vietato cibarsi o tenere in casa alimenti lievitati, in ricordo del fatto che gli Ebrei lasciarono l'Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane. Si deve invece far uso di matzà, il pane azzimo, un pane non lievitato. Il mese precedente la festa è dedicato a una scrupolosa pulizia di ogni angolo della casa, per eliminare anche i più piccoli residui di sostanze lievitate. Da questa usanza deriva l'espressione "pulizie di Pasqua".

La prima e la seconda sera in famiglia si celebra il Seder, in ebraico "ordine", una cena durante la quale viene letto un testo in ebraico, l'Haggadah, che rievoca la fuga dall'Egitto. Durante la cena, tra le altre cose, si devono consumare in un ordine ben preciso vino, azzime ed erba amara, in ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei liberati dalla schiavitù. Tra gli altri cibi usuali troviamo il Charòset, una composta di mele, uva passa, datteri, vino e frutta secca, che ricorda la malta usata dagli Ebrei durante il periodo di schiavitù in Egitto, e un uovo sodo, simbolo di lutto per la distruzione del Tempio di Gerusalemme ma anche dell'eternità della vita. Il bimbo più piccolo della casa deve rivolgere al padre alcune tradizionali domande, la prima delle quali è "in che cosa si distingue questa notte dalle altre?". La cena si conclude a notte tarda, con preghiere rituali e canzoni gioiose.

Foto di S. Servi