Il rapporto di lavoro degli extracomunitari che lavorano nelle cooperative

Scritto da Isabella Puccini |    Novembre 2001    |    Pag.

Giornalista

Ormai si sa: gli italiani non vogliono più fare i lavori umili, quelli che costringono a pesanti orari di lavoro, a durare fatica, a stare molte ore all'aria aperta. Ed è così che i lavoratori extracomunitari ci hanno sostituito nelle professioni più dure.
Ferie lunghe in Senegal
Ma qual è la situazione lavorativa degli extracomunitari? Quali le problematiche che caratterizzano la loro presenza nelle cooperative? Di questo si è occupata la ricerca presentata lo scorso ottobre dall'ufficio studi di Legacoop Toscana. L'indagine ha riguardato 9 cooperative, soprattutto del settore Produzione e Lavoro e Servizi (pulizie, edilizia, trasporti), nelle quali sono impiegati 317 dipendenti di provenienza africana (40%), sudamericana (28,6%), Europa dell'est (23,8%) e asiatica (7,6%). La ricerca è stata condotta sia nei confronti dei dirigenti delle cooperative, ma anche coinvolgendo e sollecitando le opinioni dei lavoratori stranieri.
Quello che emerge è che, con il buon senso e un pizzico di flessibilità da ambo le parti, produttività e culture diverse sono in grado di stare insieme con risultati davvero positivi. «I lavoratori si trovano bene nelle nostre aziende - dice Antonio Chelli, responsabile delle politiche sociali di Legacoop - grazie anche all'elasticità di alcuni meccanismi messi a punto per venire incontro alle esigenze di questi "nuovi" lavoratori».
Attraverso un ben congegnato sistema di turnazioni possono infatti tornare a casa anche per lunghi periodi (2-3 mesi); alcune cooperative si sono poi adoperate per procurare alloggio ai propri dipendenti e in alcuni casi hanno anche organizzato mezzi di trasporto collettivi per accompagnarli nei luoghi di lavoro. Un altro problema da fronteggiare è quello della lingua. «Spesso le cooperative hanno preferito mettere negli stessi turni lavoratori che parlano la stessa lingua, e hanno tradotto i testi delle leggi che regolano la sicurezza nei luoghi di lavoro», dice Caterina Toccafondi, che ha curato l'indagine per conto di Legacoop.
Ma non è finita qui. «Stiamo studiando la possibilità di un accordo con il Comune di Firenze per promuovere la frequenza dei nostri lavoratori ai corsi di italiano — aggiunge Chelli —, per potenziare il numero degli alloggi da mettere a loro disposizione, e per armonizzare al meglio l'incontro fra domanda e offerta di lavoro».
Infine una curiosità: che cosa pensano di noi italiani? Brava gente, simpatica e disponibile. Gli immigrati ci vedono così appena ci conoscono. In alcuni casi, però, questo iniziale (pre)giudizio positivo viene capovolto e siamo visti invece come persone piuttosto chiuse e intolleranti. Una bella lezione di relativismo culturale, ora più che mai da prendere in seria considerazione!