Giancarlo Marini e i bronzi di Riace

Scritto da Stefano Giraldi |    Aprile 2010    |    Pag.

Giornalista e fotografo Specializzato in arte ed architettura. Ha realizzato un gran numero di cataloghi per artisti contemporanei italiani e stranieri. È stato a capo di campagne fotografiche per la realizzazione di numerosi volumi sui palazzi e chiese di Firenze per importanti case editrici con le quali collabora tuttora.

Nell'agosto del 1972 a Capo Riace di Reggio Calabria, un giovane sub dilettante si immerse per pescare, a 300 metri dal litorale. Alla profondità di 10 metri, scoprì, adagiata sul fondo, una coppia di statue bronzee: due figure virili nude. Così furono rinvenuti due capolavori di provenienza greca, risalenti al V secolo a.C., considerati tra le più significative e rare testimonianze esistenti del mondo greco classico.
Le statue divennero famose in tutto il mondo come "i bronzi di Riace".

Iniziò un complesso lavoro di restauro che durò 5 anni. Quando furono trasferite da Reggio Calabria al più attrezzato centro di restauro della Soprintendenza archeologica della Toscana, costituito dopo l'alluvione del 1966, presso l'Opificio delle pietre dure di Firenze, furono eseguite, con strumenti progettati appositamente, delle analisi radiografiche necessarie per conoscere la struttura interna delle statue, il loro stato di conservazione e lo spessore del metallo.

Dell'équipe fiorentina di quell'avventura straordinaria che fu il restauro, faceva parte Giancarlo Marini. Oggi è un apprezzato scultore. Su quel lavoro che lo impegnò con i suoi colleghi per diversi anni, l'abbiamo intervistato nel corso di una sua mostra all'Accademia delle belle arti a Firenze.

Quando furono trasferiti a Firenze quale fu la sua prima impressione?
«Arrivarono su un camioncino, adagiati su dei semplici pianali ed erano ricoperti da teli di iuta e plastica... L'importanza che avevano quei bronzi era data solo dalla scorta della Polizia di Stato!».

Iniziaste subito col restauro?
«Preparammo prima un piano di restauro, poi iniziammo una completa pulizia dalle incrostazioni marine, attaccatesi soprattutto alla barba e ai capelli, mentre i corpi, essendo lisci, erano relativamente puliti. Certo fu difficoltoso togliere le incrostazioni causate da 2000 anni di giacenza in mare ma rimediammo con degli strumenti ad ultrasuoni, più o meno gli stessi che usano i dentisti per la pulizia dei denti; piano piano appariva la bellezza di quei volti. Dopo iniziammo la vuotatura della sabbia e della terra di fusione all'interno delle sculture: attraverso un'apertura della pianta dei piedi, per mezzo di un tubo, veniva "sparata" acqua ossigenata fino a eliminare tutti i residui interni; poi le statue vennero immerse in dei bagni di sostanze chimiche per togliere tutti i prodotti d'alterazione del metallo. Fu un lavoro molto complesso ma ci ripagò quando alla fine si misero in piedi senza basamento. Erano alte un metro e 80, erano come noi, forse un po' più alte, ma è difficile spiegare il fascino e la bellezza di queste sculture».

Questi due capolavori dell'arte greca continuano a suscitare un grande entusiasmo, sia in Italia che all'estero. Momentaneamente sono esposti a palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria. Ma la loro sede istituzionale è il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, dove un suggestivo allestimento permette di vederli da vicino. Da soli valgono un lungo viaggio.


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