Il parco archeologico di Baratti

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Novembre 1998    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Etruschi di ferro
Il passaggio in terra di Toscana degli etruschi, per altro durato sette secoli, è tuttora avvolto nel mistero. Si conosce poco della loro lingua, ad esempio, ma anche della loro organizzazione sociale e politica. Quel che si sa con relativa certezza è che fu un popolo non bellicoso. E questo potrebbe essere uno dei motivi per cui si hanno così poche informazioni sul loro mondo: perché gli storici dell'antichità, in assenza di episodi di violenza, non sapevano più cosa scrivere nei loro annali. L'unico periodo ben documentato, neanche a farlo apposta, è quello dell'azione fagocitante (e cruenta) di Roma nella sua espansione verso nord. Un altro aspetto del carattere dei nostri antichi progenitori, emerso con relativa chiarezza, è quello della loro predisposizione alle attività creative e al culto che dedicavano ai defunti.
Basta visitare la zona di Populonia per rendersene conto. La necropoli, giù nella pianura che si affaccia sul golfo di Baratti, racchiude e conserva ancora una quantità incredibile di reperti, mentre l'acropoli - dove ora sorge l'abitato di Populonia - ha tramandato scarse tracce della sua cinta muraria.
Unica lucumonia ad essere sorta sulla riva del mare, Populonia deve la sua importanza alla fiorente attività per la trasformazione dei materiali ferrosi provenienti dall'isola d'Elba. La sua prosperità continuò fino al III secolo a.C., quando lo strapotere romano ne causò la rapida decadenza. Intorno alla metà del I secolo a.C. il geografo romano Strabone descrive una Populonia con poche case di pescatori e con gli impianti per la lavorazione del ferro ormai abbandonati.
La necropoli invece si è ben conservata, perché le scorie ferrose e i resti dei forni fusori l'hanno progressivamente ricoperta nei secoli, proteggendola. Purtroppo anche questa zona - come tutti i centri archeologici più importanti - è stata abbondantemente saccheggiata dai tombaroli. Scavata con una certa metodicità a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, costituisce tuttora fonte di nuove scoperte e rivelazioni. Una tomba, nella zona delle Grotte, è stata riportata alla luce nel 1977 fortunatamente integra, e dunque ricca di anfore, candelabri, incensieri, gioielli.
Recentemente tutta la zona - circa ottanta ettari tra le prime pendici del promontorio di Piombino e il golfo di Baratti - è stata destinata a "Parco protetto" dal ministro della Cultura Walter Veltroni. Un ulteriore passo in avanti nella scoperta del mondo degli etruschi e nel programma per la valorizzazione e la conservazione delle tante oasi culturali del nostro territorio.

Le origini
Un tempo le opinioni sulle origini degli etruschi erano discordi. C'era chi li voleva di origine fenicia, chi lidia, chi greca. Altri specialisti, i cosiddetti etruscologi, giuravano che erano in Toscana dalle Alpi. Studi, ritrovamenti, ricerche hanno appurato che gli etruschi non sono mai immigrati, ma sono sempre stati nello stesso posto. Sono originari del luogo dove la storia li incontra per la prima volta ed è per questo che si può affermare che quella etrusca è la prima grande civiltà dell'Italia. Il fondatore di questa scuola che nega la provenienza orientale e quella settentrionale degli etruschi è Dionisio di Alicarnasso, storico greco del periodo augusteo. Nel libro 'Antichità romane' Dionisio sostiene che il popolo etrusco, un popolo indigeno chiamato Rasenna, 'non è venuto da fuori', preannunciando così la tesi dell'autoctonia. Così il mistero etrusco, per quanto riguarda le origini, non è più un mistero. Restano molte ombre sulla vita di questo popolo anarchico: ogni città dell'Etruria voleva restare indipendente e non ammetteva di veder limitata la propria autonomia. Scrive Indro Montanelli nella sua 'Storia di Roma': 'Un trattamento particolarmente severo i romani riservarono agli etruschi, quando, dopo aver subito da loro molte umiliazioni, si sentirono abbastanza forti per poterli sfidare. Fu una lotta lunga e senza esclusione di colpi, ma al vinto non furono lasciati neanche gli occhi per piangere. Raramente si è visto nella storia di un popolo scomparire dalla faccia della terra, e un altro cancellarne le tracce con ostinata ferocia. E a questo si deve il fatto che di tutta la civiltà etrusca non è rimasto quasi più nulla. Non ne sopravvivono che alcune opere d'arte e qualche migliaio di iscrizioni, di cui solo poche parole sono state decifrate'.
Nei bronzi e nei vasi di terracotta vediamo gente obesa: gli etruschi erano tracagnotti? Parrebbe proprio di sì. Furono i primi in Italia ad avere una flotta. Dettero il nome Tirreno al mare di Toscana. Erano tipi svegli: crearono villaggi con un piano urbanistico preciso, bastioni, strade, fogne. Sapevano commerciare. E conoscevano il denaro. Populonia è stata la prima città etrusca ad adoperare la moneta come mezzo di scambio. Era la zecca più importante dell'Etruria per argento e rame.
Erano tipi allegri gli etruschi: nei vasi ritrovati sono dipinti davanti a tavole imbandite. Erano esperti nei giochi, negli sport, soprattutto nel giavellotto e nel disco. In politica si affidavano a un magistrato, il lucumone, ed erano molto religiosi. Le città etrusche esplosero in tutta la loro potenza tra il VII e il VI secolo a.C. Poi cominciò il declino. L'Etruria alla fine divenne romana. Anziché unirsi le sue città preferirono combattere in ordine sparso, pagando duramente questa loro vocazione all'anarchia. Ora, per ritrovare qualcosa della loro civiltà, bisogna scavare dentro le colline e sotto le macchie.

Populonia: la nascita
Secondo Servio, commentatore dell'Eneide di Virgilio, Populonia sarebbe stata la più giovane delle città etrusche, fondata da un popolo venuto dalla Corsica o dai volterrani. Gli scavi smentiscono questa versione. Le più antiche tombe di Populonia sono villanoviane e quindi escludono interventi corsi. E veniamo alla questione volterrana. Quando Populonia era ricca e potente, Volterra era ancora un piccolo centro agricolo. Inoltre le tombe riportate alla luce a Volterra sono molto più recenti e non corrispondono per corredi funebri e altri caratteri a quelle di Populonia. Quando e come sorse allora Populonia? Oggetti di pietra levigata fanno pensare all'esistenza di antiche stazioni dell'età neolitica. In epoca villanoviana c'erano due stanziamenti che commerciavano il rame estratto dalle miniere dell'interno. Erano due diversi nuclei, che si fusero più tardi in un'unica città: Populonia, appunto. La parte più alta, corrispondente all'acropoli, si stendeva sui poggi del Molino e del Castello (l'attuale paese); la parte più bassa era quella marittima e industriale e abbracciava il pendio fra l'acropoli e la baia di Baratti. Il sistema difensivo della parte alta era costituito da una barriera di blocchi rozzamente squadrati, lunga 2 mila 500 metri. La città bassa aveva un proprio sistema di difesa, consistente in un tratto di mura che dal mare saliva al Poggio della Guardiola.
Populonia ebbe grande importanza come porto commerciale e industriale. Esplorazioni subacquee hanno portato alla scoperta di un molo formato da blocchi di macigno fondati su una platea artificiale (panchina) e di un lungo muro sommerso, lungo circa una cinquantina di metri, nei fondali antistanti la riva occidentale del golfo. La "Pittsburgh etrusca", come è stata soprannominata Populonia, lavorava prima il rame e il bronzo e poi il ferro. Quando il ferro si sostituì definitivamente agli altri due minerali la Populonia industriale, quella bassa quindi, divenne molto ricca. La lavorazione del ferro avveniva nella zona del porto, dove c'era la necropoli. Le scorie hanno ricoperto e conservato le tombe, ma le hanno anche schiacciate, distruggendone la cupola e il tetto, fondendo i corredi e favorendo le incursioni dei predoni. La lavorazione del ferro cominciò nel 400 a.C. perché sotto le scorie sono state trovate tombe del tardo V secolo. Queste scorie erano raccolte in strati alti come case: evidentemente il centro di produzione etrusco era di dimensioni notevoli. Populonia era la città di Fufluns, un dio etrusco assimilato a Bacco, ma che in Etruria era vicinissimo al dio solare Catha. Vulcano figura sulle sue monete del terzo secolo. Il ferro veniva inviato dall'Elba. All'origine il minerale era trattato sul posto, in numerosi forni che diffondevano nel cielo un fumo opprimente: da qui, assicurano gli etimologisti, il nome di Aithaleia che gli davano i greci e che significa "nero fumo". A un certo punto però, essendosi accorti che il ferro non poteva essere fuso convenientemente all'Elba, gli etruschi cominciarono a trasportarlo a Populonia, dove c'erano attrezzature all'avanguardia. Diodoro Siculo, storico dell'epoca di Cesare, ha lasciato una descrizione sulla tecnica usata per la fusione: 'Quelli che fanno questo lavoro sbriciolano il minerale e lo cuociono in forni eccellenti dove, sotto l'effetto di un fuoco potente, lo fondono e lo riducono in lingotti di dimensioni ragionevoli, che assomigliano a grosse spugne. I mercanti li acquistano all'ingrosso e li trasportano dove possono venderli. Impresari acquistano questa merce, la fanno lavorare da una folla di fabbri che tengono al loro servizio e producono in tal modo ogni sorta di oggetti di ferro. Fabbricano, armi, zappe, utensili'. I lavori particolarmente faticosi erano riservati ai sevi, agli ultimi della gerarchia sociale. Se qualcuno di questi servi, durante il lavoro, si comportava male veniva inviato agli "ergastoli". A Populonia c'erano dei sotterranei nei quali, durante la notte, venivano rinchiusi i minatori non ligi alle leggi. In queste prigioni i detenuti erano legati. Populonia e la zona di Campiglia non erano impegnate soltanto nella produzione del ferro. le due località conservano tracce dei pozzi scavati nell'epoca etrusca alla ricerca del rame, del piombo argentifero e dello stagno. Lo stagno, necessario agli antichi fonditori del bronzo, proveniva generalmente dalle lontane isole Cassiteridi, sulle rive atlantiche della Cornovaglia. Il bronzo, all'epoca degli etruschi, rivestiva carattere sacro: quasi tutti gli strumenti del culto erano di bronzo. Rame e stagno non furono più estratti: qualcuno sostiene per l'esaurimento dei giacimenti, altri parlano di cessazione dell'attività per la concorrenza delle miniere bretoni e spagnole. Più tardi anche la trionfante industria del ferro dovette soccombere di fronte alla sfrenata concorrenza straniera, quella della Carinzia. Nel 1914 in Italia venne a mancare il ferro, così vennero sfruttati i campi di scorie ferrose di Populonia. Fuso in cannoni, pallottole e granate quel ferro che gli etruschi avevano strappato alla collina e lavorato a regola d'arte servì ai soldati italiani per vincere la guerra 1915-'18. L'industria del ferro ha schiacciato le tombe, ma lo sfruttamento delle scorie ci ha restituito il cimitero etrusco.

La distruzione
Nel corso della sua storia Populonia subì diversi assedi, uno dei più cruenti nell'80 a.C durante la guerra tra Mario e Silla. I silliani entrarono in Populonia, che aveva resistito a lungo, e infierirono sulle famiglie: uccisero, confiscarono beni, procedettero ad esecuzioni sommarie. Negli ultimi anni dell'impero di Augusto Strabone visitò Populonia. La città era quasi deserta, c'erano pochi templi e qualche casa. Nel 772 Carlo Magno regalò Populonia a papa Adriano. Nell'anno 809 la città fu completamente distrutta da pirati (greci o mori?) sbarcati con dodici navi. Populonia non si riprese più.

La necropoli
Scrisse Curzio Malaparte: 'Le vere città degli etruschi sono le necropoli. Le città dei vivi non erano che sobborghi di quelle dei morti'. A Populonia i resti più belli delle mura etrusche si trovano sul lato occidentale e per la loro imponenza sono chiamati appunto "i massi". Come in tutte le altre cinte murarie etrusche mancano completamente cemento e calcina.
Si arriva così alla necropoli, la zona archeologica di Populonia. Dice ancora Malaparte: 'Le sole città etrusche costruite di pietra sono le necropoli, le città eterne. Tutto ciò che appariva sulla faccia della terra, che si muoveva sotto il sole, era caduco, secondo il concetto degli etruschi: i quali amavano la vita sotterranea, adoravano gli dei degli inferi, la vita dei morti'. La necropoli di Populonia copre tutto l'arco della storia etrusca, dal villanoviano fino all'ellenismo. Le tombe prendono il nome dall'oggetto più importante che vi è stato ritrovato. Solo tre tombe sono arrivate fino a noi inviolate: le tombe dei colatoi, dei flabelli e delle oreficerie. Le prime scoperte portano la data del 1840 quando l'archeologo Alessandro François, commissario del granduca di Toscana, poté scavare agevolato dal proprietario dei terreni, conte Giovanni Desideri, alle grotte e alle "buche delle fate" e scoprire delle tombe a ipogeo (sotto terra) costruite alla fine del IV secolo a.C. Nel 1897 Isidoro Falchi, altro archeologo di valore, scoprì la tomba dei letti funebri nel podere di San Cerbone. Bisognerà aspettare il 1908 perché gli scavi, da privati, diventino governativi.
Luisa Banti, nel libro "Il mondo degli etruschi", osserva che le tombe villanoviane del Poggio delle Granate, in basso alla collina, sono molto semplici e avevano oggetti in bronzo e terracotta: mancavano oggetti di ferro. Più belle e più ricche sono invece le tombe più recenti (VII e VI sec. a.C.), tombe a camera quadrangolare costruite a blocchi squadrati, coperte da false cupole a lastre di calcare. Successivamente le tombe a camera si trasformarono nelle tombe a edicola, piccole, a pianta rettangolare, costruite a blocchi di calcare e con tetto a doppio spiovente.
Nel periodo villanoviano c'erano tombe a cremazione e tombe a inumazione. Le prime avevano un pozzetto cilindrico, con pareti rivestite, a secco, di pietre, nel pozzetto sopra una lastra e ricoperto di terra e sassi c'era l'ossario. Le tombe a inumazione erano a fossa: dei veri e propri cassoni con dentro la salma, che aveva la testa rivolta all'oriente. Le tombe, corredate con oggetti d'argento, di bronzo di ambra e di terracotta, erano di piccole dimensioni; presentano la cupola franata.

La tomba dei carri (Podere San Cerbone). E' la più grande della necropoli di Populonia: risale al VII sec. a.C. e ha un diametro di 28 metri. Lungo il dromos (il corridoio di accesso alla camera) si aprono tre celle laterali, strette, due sulla destra e una sulla sinistra. La camera è a forma quadrata e misura quasi cinque metri di lato. Si tratta di una specie di cella, con una corsia centrale e con quattro cassoni per la deposizione dei defunti. Nelle cellette furono ritrovati i resti di due carri di legno da guerra a due ruote, rivestiti di ferro e bronzo. Con questi pezzi è stato possibile ricostruire alcune parti dei carri, adesso esposte al museo archeologico di Firenze, insieme a qualche oggetto in oro del corredo funebre.

Appartengono sempre all'area di San Cerbone la tomba delle pissidi cilindriche (VII sec. a.C.), la tomba senza nome (seriamente danneggiata), la tomba delle tazze attiche (V sec. a.C.), la tomba del balsamario, la tomba dei letti funebri e la tomba dell'aryballos piriforme, che prende il nome da un unguentario, un aryballos appunto, italo-corinzio.

La tomba dei colatoi (Podere Il Casone). Appartiene al VII sec. a.C., ma le sepolture continuarono nel VI sec. e fu adoprata nuovamente all'inizio del III. Ha una struttura diversa da quella della tomba dei carri ed è arrivata fino a noi intatta: fu scoperta nel 1960 con scheletri e oggetti preziosi. Nessuno era riuscito a violarla. Il corredo funebre è conservato al museo di Firenze.

Il cimitero dei poveri. Dopo la tomba dei colatoi ce ne sono altre quattro senza nome. Sono state scoperte nel 1957: qualcuno dice che fossero tombe per i più poveri. Nella zona dell'anonimato ci sono anche sarcofagi, urne, altre tombe. Un sarcofago è costituito da un blocco di nenfro scavato all'interno. Anche il coperchio è un monolito. Conserva ancora il piombo, colato nei fori praticati nei quattro angoli per saldarlo alla cassa. Era sicuramente il sarcofago di un ricco, di un uomo potente: il nenfro (tufo vulcanico) è arrivato da Vulci (famosa per le cave di questa pietra) e pertanto la spesa del trasporto deve essere stata notevole. Il corredo funebre non è stato trovato: i tombaroli sono arrivati prima degli scavatori legali. Nel cerchio degli anonimi ci sono anche delle tombe per bambini.

Tomba del bronzetto di offerente (Il Casone). Nel 1957, durante i lavori di ricerca dei rifiuti di ferro, venne alla luce una tomba fatta ad edicola con tetto a doppio spiovente. Questa tomba è stata più fortunata di altre: non è stata schiacciata dal peso delle scorie ferrose. La porta era chiusa da lastre. La tomba è del VI sec. a.C. Sui quattro angoli della camera c'erano quattro acroteri (figure): i frammenti sono al museo di Firenze. La stanza doveva avere due letti. Intorno alla tomba ci sono alcuni sarcofagi: uno, quello di sinistra, ospitava sette od otto persone. L'edicola fu violata dagli stessi etruschi nel terzo sec. a.C.: irruppero nel sepolcro, portarono via gli oggetti, trasportarono gli scheletri nei sarcofagi accanto. Ai saccheggiatori sfuggirono di mano alcuni oggetti, fra i quali il bronzetto di un offerente: si tratta di una statuina del V sec. a.C. raffigurante un uomo col piatto in mano che offre.

Fossa della biga
Spostandosi di qualche centinaio di metri, oltre la casa colonica del podere S. Cerbone, si entra nella zona della fossa della biga. Qui, nel 1955, furono trovate le parti metalliche (ferro e bronzo) di una biga etrusca da corsa del V sec. a.C. C'erano anche gli scheletri di due cavalli e gli ornamenti di terracotta del frontone di una tomba del tipo "tempietto". I pezzi della biga sono in mostra al museo di Firenze; i resti dei cavalli, appartenenti ad una razza di piccola statura, sono conservati all'istituto di paleontologia dell'Università di Firenze. Nella fossa della biga c'è la tomba delle perle d'ambra: scoperta nel 1925 era già stata violata.

Tomba dei flabelli (Porcareccia). Scoperta nel 1927, risale al VII sec. a.C. Ha il basamento a tamburo cilindrico, le grondaie e il marciapiede. Il corridoio, che era pieno di sassi, è più basso del marciapiede. La porta è di travertino. La camera quadrata ha tre loculi ed è stata trovata intatta. Sui due letti laterali c'erano due scheletri e parte del corredo funebre. E' stato rinvenuto materiale d'oro, d'avorio e di bronzo: quattro elmi, sei schinieri (parte di armatura che difendeva la gamba sotto il ginocchio), tre flabelli (ventagli) di bronzo, pugnali, spade, coltelli, vasi corinzi e di bucchero. E' stato trovato anche un anello d'oro a castone ellittico. Sul castone, a rilievo, c'è rappresentato un uomo barbuto, in tunica corta, che lotta contro un mostro a tre corpi umani che si riuniscono in un'unica coda di pesce. Accanto alla tomba dei flabelli ci sono i resti di un forno fusorio.

Tomba delle oreficerie (Porcareccia). Anche questa tomba, scoperta nel 1940, ci è arrivata intatta e ben conservata. Il corridoio è corto e basso. La camera ha due letti e un loculo. Il corredo era rappresentato da orecchini, pendaglietti, fermagli e spirali per capelli in oro, fibule d'argento, scarabei in porcellana egizia, pendaglietti d'ambra ed - eccezionale - un rasoio lunato in bronzo, uno strumento da toeletta dell'epoca villanoviana. Davanti a questa tomba ci sono 23 metri (larghezza 4,50) di strada antica, un lastricato del periodo tardo-etrusco, con tanto di fogna con due pozzi di decantazione.

Nel centro di Populonia, infine, c'è un piccolo museo etrusco, privato. Occupa cinque sale di una villa e raccoglie solo oggetti ritrovati nella zona archeologica di Populonia.

Per saperne di più
Visitate il sito del Consiglio nazionale delle ricerche tutto dedicato all'etruscologia http://soi.cnr.it/~iaei/