i ricordi degli inizi in un incontro nella sua casa a Chiusdino

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Ottobre 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Estremo principiante
Cosa fa un poeta?
Guarda il mondo, riflette, medita e sintetizza con la parola. Un'operazione, si direbbe, semplicissima; in realtà fra le più ardue che il cervello umano possa elaborare.
Sono settanta anni che Mario Luzi rimugina parole e pensieri; sono settanta anni che si mette davanti a quel benedetto foglio bianco e cerca - e spesso trova - il modo di condensare un grande pensiero in una piccola frase, un'intuizione gigantesca in un'espressione concisa.
Il primo editore che pubblicò le sue poesie fu Guanda. Stampò trecento copie della raccolta "La barca", ma per farlo voleva dei soldi. Mario era ancora studente e penava a racimolare il gruzzoletto. Guanda gli disse: «Me li darai più avanti». Poi le vendite del libro andarono bene e l'editore non chiese più i soldi al giovane poeta.

L'inizio fu dunque promettente. Gli amici di cui si circondava stimolanti. Ancora il suo nome non era famoso, ma nei bar fiorentini di Piazza San Marco o di Piazza Vittorio, come allora si chiamava l'attuale Piazza della Repubblica, poteva scambiare idee e incrociare opinioni con personalità del calibro di Giovanni Papini, Carlo Bo, Piero Bargellini, del suo coetaneo e tuttora grande amico Alessandro Parronchi. E anche con Romano Bilenchi, Eugenio Montale, Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi.
In quegli anni giovanili, mentre si laureava con 110 e lode con una tesi sul premio Nobel per la letteratura Mauriac, conobbe anche Ottone Rosai, Alessandro Bonsanti, Elio Vittorini, Alfonso Gatto...

Un mondo ancora sospeso fra ieri e oggi, fra antico e moderno e, in poesia, fra reminiscenze pascoliane, l'episodio ormai archiviato del futurismo e i primi tentativi di ermetismo. Appartiene senz'altro al mondo del passato la vicenda che lo vide coinvolto (siamo nel 1941!) in una sfida a duello di sapore ottocentesco.
Antonio Delfini aveva interpretato come un'offesa personale una frase scherzosa di Mario Luzi e il letterato e scrittore modenese di non eccelsa fama incaricò l'amico Sebastiano Timpanaro di gettare il fatidico "guanto" per lavare "l'onta con il sangue".
Ma a Mario piace ricordare, più dell'aspetto che poteva anche rivelarsi drammatico, il lato umoristico e il lieto fine di quell'anacronistico episodio, non accaduto due secoli fa, ma - è bene sottolinearlo - nell'anno in cui il mondo intero era sconvolto da una guerra devastante.
«Sebastiano Timpanaro era affetto da strabismo e quando si avvicinò al gruppo di persone in cui mi trovavo, nessuno di noi capì a chi stesse rivolgendo il formale atto di sfida. Dovette battermi un colpetto sulla spalla per farmi capire che ero proprio io il destinatario».

Cosa provò in quel momento?
«All'inizio rimasi perplesso, quasi incredulo. Poi mi resi conto che la faccenda scivolava più verso il ridicolo che non il tragico. Comunque dovetti trovare i padrini e cominciare a pensare a quale arma usare per quell'assurda contesa».

Chi scelse come secondi?
«Le due persone che in quel momento mi erano più vicine, Romano Bilenchi e Alessandro Parronchi».

Come andò a finire?
«Finì che i miei due amici, insieme con i padrini del Delfini, che erano lo stesso Timpanaro ed Eugenio Montale, cercarono di redimere la questione in maniera amichevole».

Ci riuscirono?
«Al termine di un paio di incontri fu stilato un verbale nel quale si diceva in sostanza che una mia frase ritenuta offensiva in realtà non era mai stata pronunciata».

Ma si tratta di un episodio ormai dimenticato, e piuttosto marginale nella lunga ed intensa esistenza del poeta. Del resto, quante immagini, quanti pensieri e riflessioni sono passati - e via via fermati sul foglio - in questo suo lungo viaggio tuttora in corso!
Dopo "La barca" sono venuti - per citare solo alcuni titoli (e solo di poesia, perché Mario Luzi ha scritto in prosa, ha tradotto dall'inglese e dal francese, ha scritto saggi ed opere teatrali...) - "Avvento notturno", "Quaderno gotico", "Primizie del deserto", "Onore del vero", "Il giusto della vita", "Il silenzio e la voce", "Nel magma", il "Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini", fino all'ultima raccolta delle poesie più recenti "Dottrina dell'estremo principiante" («che sarei io», ci tiene a precisare) in uscita proprio in questo ottobre da Garzanti.

Quando sono andato a trovarlo, in una ventosa ma calda mattina d'agosto, ho suonato al campanello di una piccola casa nella piazza di Chiusdino ed è venuto lui stesso ad aprire la porta.
Entriamo nel salottino e dalla finestrella, che inonda la stanza di una luce frizzante, lo sguardo si apre su un oceano di verde e di campi coltivati con millenaria assiduità. «Siamo nel cuore dell'Etruria», dice semplicemente, come per giustificare la bellezza di quell'ampio lembo di terra in cui sono fuse e amalgamate l'opera della natura e quella dell'uomo.
Poi si siede ad un grande tavolo cosparso di fogli e davanti ad una vetusta Olivetti portatile. «E' del 1941; la comperai da Leone Traverso, il grande germanista, che in quell'anno si arrangiava vendendo macchine per scrivere».

La usa ancora?
«Certo. L'ho fatta restaurare recentemente e quando non sono a Firenze la porto sempre con me. Però a Firenze ho anche il computer». Lo dice con un certo compiacimento, come a dimostrare che è perfettamente dentro al suo tempo. «Fino a poco fa guidavo anche l'automobile. Ora ho detto basta. Non mi piace il pensiero di avere un incidente o, peggio, di causarne uno».

Professore, ma che tempo è questo? In che mondo viviamo?
«Direi che ci sono molti aspetti positivi nell'esistenza odierna. Ma anche gravi squilibri. Ne ho già parlato tante volte. E' inaccettabile dover assistere quotidianamente a un'ostentazione eccessiva e offensiva di benessere in una parte del mondo, e dall'altra a visioni di miseria, di povertà, di ignoranza oltre l'immaginabile».

Secondo lei, cosa fa il mondo ricco per attenuare queste disparità?
«Troppo poco. Anzi, in certi casi contribuisce ad accentuarne la tendenza. Ribadisco ancora una volta con fermezza la mia condanna verso quei Paesi che portano avanti la guerra contro l'Iraq: è una guerra ingiustificata, ingiusta, terribile».
Gli occhi di Mario si accendono di un'improvvisa vivacità...
«Questi avvenimenti fanno precipitare indietro il livello della nostra civiltà!».

Diruti gli acquedotti, saltati i cavi elettrici,
inattivi gli impianti di depurazione,
eccole, le abbiamo viste per pochi attimi, ma viste
indelebilmente sullo schermo,
seppur semicelate dai loro panni e cenci
e chadors e pezzuole variopinte,
le donne di Bagdad con secchi, bacinelle e taniche
entrare nei ristagni della torpida corrente,
chiedere a un Tigri torbo e malvoglioso
l'acqua per la loro incertissima giornata...


Mario Luzi: "Le donne di Bagdad", 1992