Una portatrice, un calciatore, un commissario: tre eroi della prima e seconda guerra mondiale

Scritto da Rossana De Caro |    Aprile 2015    |    Pag.

Laureata in Lettere all'Ateneo fiorentino, ha lavorato per molti anni come giornalista in emittenti televisive e radio locali, realizzando programmi di costume e società. Ha collaborato inoltre con La Nazione per la cronaca di Firenze e gli spettacoli. 

Dal 1998 scrive articoli per l'Informatore. Si occupa anche di uffici stampa per la promozione di eventi a Firenze e in Toscana.

Ha pubblicato il libro 'Ardengo Soffici critico d'arte'. 

Dal 2009 al 2015, sempre come collaborazione esterna, è stata coordinatrice redazionale dell'Informatore.

Bruno Neri, il quarto da sinistra, l'unico che non saluta romanamente

Tre eroi in cerca di autore. Tre figure emblematiche della prima e seconda guerra mondiale, le cui vicende umane e biografiche sono molto significative, ma poco conosciute e soprattutto poco ricordate.

Adesso, grazie a tre testi di drammaturgia contemporanea, vengono portate in scena a Scandicci le vite e le vicissitudini di Maria Plozner Mentil, Bruno Neri e Jacopino Vespignani. Il progetto “15/45 tre studi sulle guerre” (tre atti sul desiderio di libertà), in scena dal 10 al 18 aprile al Teatro Studio di Scandicci, è di Giancarlo Cauteruccio.

Bella ciao

Maria Plozner Mentil, friulana di Timau, piccolo paesino di montagna. Ha 32 anni, è sola con quattro figli, il marito è al fronte, sul Carso. Nonostante ciò sceglie di partecipare alla Grande guerra, come portatrice carnica. «Le portatrici carniche erano donne impegnate sui monti carnici: salivano a piedi lungo i versanti per aiutare l’esercito, si caricavano in spalla sporte da quaranta chilogrammi da portare su, ai soldati - racconta Giuliano Compagno, autore di questa memoria di scena -. Cibo, vestiti, munizioni, medicine per mesi e mesi, ogni giorno, a salire e a ridiscendere la montagna. Un’opera quotidiana d’infinito coraggio».

Proprio durante una di queste ascese, il 15 febbraio 1916, Maria fu colpita a morte da un cecchino austro-ungarico nei pressi di Passo Pramosio. Fu tumulata nel 1934 nell’Ossario insieme ai resti di tanti altri soldati caduti sul fronte. È l’unica donna a cui è stata intitolata una caserma militare; nel 1997 le è stata conferita la medaglia d'oro al valor militare.

Berni calciatore partigiano

«Bruno Neri, detto Berni, è uno dei calciatori più conosciuti del campionato italiano - afferma Francesco Graziani co-autore di questa storia -. Ha giocato per anni in una ambiziosa Fiorentina. Poi il Torino che sta diventando Grande Torino. In mezzo anche alcune partite con la nazionale di Vittorio Pozzo, la fortissima squadra di Vittorio Pozzo che in quattro anni vince due mondiali e i giochi olimpici».

Un calciatore sui generis Bruno: colto e raffinato frequenta musei e pinacoteche, è di casa al bar delle Giubbe rosse di Firenze, centro di ritrovo per artisti e intellettuali dell’epoca. «Non è tipo che si lasci tentare dalla vita comoda che pure sarebbe là, a portata di mano. Nessuno lo ha mai visto correre dietro alle sottane in maniera sgangherata».

Insomma un tipo di poche parole che lavora sodo, il cui motto è: “quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.E così Bruno decide di giocare la sua palla decisiva contro i tedeschi che stanno occupando l’Italia. Entra nella Resistenza, fonda l’Ori (Organizzazione resistenza italiana), che ha il compito di fare da ponte fra le varie brigate partigiane. Inoltre fa parte del battaglione Ravenna.

Viene ucciso sull’Appennino tosco-emiliano: «il 10 luglio del ’44, Bruno Neri e il suo amico Vittorio Bellenghi, giocatore di pallacanestro, vanno in avanscoperta per verificare che non vi siano tedeschi sulla strada che stanno costruendo fra Marradi e San Benedetto in Alpe. Nei pressi della chiesa di Gamogna, dove sorge il cimitero, vi è una improvvisa svolta, lì si imbattono in un gruppo di una quindicina di tedeschi. Bellenghi e il comandante partigiano Berni, mediano della nazionale e compagno di squadra di Piola e Meazza, muoiono sul campo».

Commissario a Tredozio

Jacopino Vespignani, fiorentino, fu commissario prefettizio del paese di Tredozio, sull’Appennino tosco-romagnolo nel ’42. «In un momento difficilissimo - scrive l’autore Lorenzo Bertolani - che sarebbe stato caratterizzato dalla lotta partigiana contro l’occupazione nazifascista, egli seppe salvaguardare e difendere la sua comunità grazie al coraggio delle sue scelte». Vengono narrati alcuni episodi di cui Vespignani fu protagonista: l’interrogatorio con il comandante delle SS, il tentativo di salvare la vita a diversi combattenti catturati. Muore a Firenze il 18 gennaio 1999.

«Le “grandi guerre mondiali” attraverso l’eroismo di tre piccoli eroi - afferma l’assessore alla cultura di Scandicci Giuseppe Matulli -. Piccoli rispetto al procedere degli eventi bellici, ma grandissimi nella purezza dei rischi sopportati fino a quello della vita da alcuni sacrificata per una battaglia di libertà e d’indipendenza... È il nuovo modo di fare la storia, dove protagonisti sono i popoli che soffrono e che muoiono, e non i comandanti che rischiano spesso soltanto una medaglia».

Teatro Studio

Via Donizetti, 58 -Scandicci

Date: dal 10 al 18 aprile

Orario spettacoli: ore 21

Info e prenotazioni: 0557356443; biglietteria@teatrostudiokrypton . it

Biglietti intero 14 euro, ridotto soci Coop 12 euro, ridotto studenti 8 euro