La vita tormentata del grande scienziato pisano

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

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I tanti biografi
che si sono impegnati, negli ultimi quattro secoli, a raccontare le movimentate vicende di un'esistenza - quella di Galileo Galilei - tutta rivolta alla ricerca, all'esplorazione, alla speculazione cosmica, sono quasi concordi nel descrivere un uomo di aridi sentimenti, dalla personalità aspra, sempre accigliato e in perpetuo contrasto con qualcuno o con se stesso. Del resto, a rifletterci, un genio della sua statura non poteva avere un carattere diverso: le sue ricerche lo avevano portato a conclusioni (di cui nemmeno lui aveva, peraltro, la certezza) che inevitabilmente lo avrebbero messo contro tutte le culture dell'emisfero occidentale. Dunque, nel suo personale vocabolario, parole come tranquillità, serenità o anche felicità non potevano trovare posto.

Quando, dopo aver perfezionato un cannocchiale con il quale poteva osservare con maggior precisione il cielo sopra Pisa e Firenze (le due città dove visse i suoi anni giovanili, legati ai primi studi e alle prime scoperte), ebbe le prove che la teoria di Copernico secondo la quale la Terra non era immobile ma girava intorno al Sole era giusta, dovette provare una duplice e sconvolgente sensazione: di grande soddisfazione ma anche di totale smarrimento, nella consapevolezza di mettersi contro, con quella tesi così rivoluzionaria, il mondo intero. E primo fra tutti insorse il mondo della cristianità, fermo da 1500 anni nella rigida interpretazione delle Sacre Scritture. Ma Galileo, uomo intimamente religioso, come riuscì a conciliare la fede con l'evidenza delle sue scoperte? Poté farlo solo a prezzo di tanta angoscia, un continuo turbamento interiore e un perenne tormento.

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Durante il primo giudizio
ricerche.
Nel successivo processo del 1633 gli andò anche peggio: non solo fu condannato ad una pena detentiva (poi trasformata in una sorta di arresto domiciliare prima a Siena e poi a Firenze), ma fu obbligato ad ammettere pubblicamente di non credere nemmeno ad una parola di quello che aveva scritto sulle sue teorie. Cosicché nella famosa 'abiura' Galileo dovette pronunciare - in ginocchio - le terribili frasi: 'Io, Galileo... dovessi lasciar la falsa impressione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare... la detta falsa dottrina... che è... contraria alla Sacra Scrittura... sono stato giudicato vehementemente sospetto d'eresia, cioè di aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo et imobile e che la terra non sia centro e si muova... con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie...'.
Sono occorsi esattamente 359 anni alla chiesa cattolica per ammettere, nelle coraggiose parole di papa Giovanni Paolo II, pronunciate il 31 ottobre 1992, di aver commesso un errore.

Forse la sola consolazione, certo la più calda, che Galileo provò nella sua vita travagliata fu la costante presenza, non fisica ma epistolare, della sua figlia maggiore, Virginia, dall'età di sedici anni monaca di clausura, murata fino alla morte (a 33 anni) nel convento delle Clarisse di San Matteo ad Arcetri, dunque a poche centinaia di metri da dove spesso risiedeva e lavorava il suo adorato padre. Ma, non potendosi incontrare, i loro quasi quotidiani dialoghi avvenivano per lettera. Se tutte quelle scritte da Galileo alla figlia sono andate perdute (forse dolosamente), di quelle di Suor Maria Celeste al padre ne sono rimaste solo 124. Poche, ma sufficienti a lasciar intravedere la personalità complessa e tormentata di Galileo e a delineare con chiarezza quella ingenua e soave del suo 'angelo custode', come lei stessa si definiva.
Cosicché il grande scienziato riuscì, almeno di tanto in tanto, a scendere dal forse 'troppo grande' dei suoi pensieri al 'tanto piccolo' dei più semplici atti quotidiani, come la cura dell'orto o il vino in cantina da travasare. Maria Celeste si preoccupa della sua salute fisica - e si raccomanda di non affaticarsi troppo: '... non vorrei che, cercando d'immortalare la sua fama, accorciasse la vita' - ma anche di quella spirituale, prendendosi l'impegno settimanale di recitare i sette salmi pontificali, che lui era stato obbligato a fare come pena accessoria a quella carceraria: '... ho ottenuto la grazia di vedere la sentenza... ed ho trovato in essa materia per poter giovare un pocolino a Signoria Vostra (così si rivolgeva sempre a suo padre, ndr), con l'addossarmi l'obbligo che ella ha di recitare una volta la settimana li sette salmi...'.
E' una delle ultime lettere rimaste. Maria Celeste morirà dieci mesi più tardi. Suo padre le sopravvive di otto anni. Ma non furono anni sereni; né tranquilli, né felici.

Fra Pisa e Firenze

Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564 da Vincenzo e da Giulia Ammannati. Nel 1574 si trasferì con la famiglia a Firenze e compì studi umanistici con modesti insegnanti privati. Forse fu novizio nel convento di Santa Maria a Vallombrosa. A 17 anni si iscrisse all'Università di Pisa senza ottenere alcun titolo. Dopo quattro anni si trasferì di nuovo a Firenze dove unì allo studio il lavoro come insegnante di matematica. Nel 1592 gli fu assegnata la cattedra di matematica all'Università di Padova. Ebbe una relazione con la veneziana Marina Gamba dalla cui unione nacquero Virginia, Livia e Vincenzo. Nel 1609, con il cannocchiale di sua concezione, poté studiare il cosmo e giungere alle sue rivoluzionarie conclusioni. Le sue opere scientifiche e letterarie più importanti sono: Sidereus Nuncius, il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. Galileo morì ad Arcetri l'8 gennaio 1642 ed è sepolto nella basilica di Santa Croce a Firenze.
I cannocchiali realizzati da Galileo si trovano al Museo di Storia della Scienza di Firenze
Indirizzo: Piazza dei Giudici 1, Firenze
Info: tel. 055265311


Per saperne di più
Pio Paschini, Vita e opere di Galileo Galilei, Roma 1965
Alceste Santini, Galileo Galilei, Roma 1994