Storie di venditori ambulanti nella Firenze dell'800

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2000    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Donne, c'è l'arrotino!
Gli abitanti di qualsiasi città si lamentano spesso dei rumori assordanti che affliggono ogni centro abitato, causati in genere dal traffico. Ma i cronisti del passato, quando il motore a scoppio non c'era ancora, descrivono città non meno caotiche e rumorose di quelle di oggi. Se si pensa alle centinaia e centinaia di carri e carretti che, in un centro di medie dimensioni come Firenze, percorrevano incessantemente le strade e alle urla che i conducenti dovevano lanciare contro i pedoni riluttanti a farsi da parte, e contro i loro stessi animali, poco propensi a procedere speditamente, si può arguire come anche allora una città potesse essere davvero assordante.
C'era anche dell'altro: ogni mattina decine e decine di venditori ambulanti battevano la città a tappeto, annunciando la loro presenza con alte grida. Passava il cocciaio tirando un carretto carico di terraglie di ogni genere: "Donne venite, è arrivato il cocciaio!", era il suo modo di presentarsi. Poi passava l'ombrellaio che faceva sapere di essere in grado di riparare sul posto qualsiasi tipo d'ombrello. E poi l'arrotino: se in epoche più remote si spostava con un carretto sul quale era fissata una mola da azionare a mano, in tempi più recenti usava una bicicletta sul davanti della quale era applicata una ruota in pietra, collegata ai pedali con una cinghia. "E' arrivato l'arrotino! Portate coltelli, forbici, mannaie!", era il suo grido.
Non mancavano, in ogni rione, i friggitori di sommommoli o di roventini, i venditori di focacce - "Ce l'ho con l'olio!" - di gelati nella stagione calda, di caldarroste nel periodo invernale.
Lo stagnino era l'ambulante che doveva trasportare il carico più pesante e spesso usava un carro trainato da un asino o da un cavallo. Il suo compito era quello di riparare brocche per l'acqua, pentole di metallo, i paioli che si appendevano ai caminetti. Il seggiolaio, dopo aver annunciato a gran voce il suo arrivo, si metteva a rimpagliare le sedie sul margine della strada, come se si trovasse all'interno della sua bottega.
Spesso ci si poteva imbattere, nelle piazze principali dove transitava un maggior numero di persone, nei cosiddetti "ciarlatani", giovani senza arte né parte ma dotati di voce possente e parlantina sciolta. Qualsiasi prodotto vendessero, dalle stoviglie agli utensili da cucina, il loro frasario non cambiava: "Gente, oggi son qui, in questa pubblica piazza, per farvi un regalo! Di tutta la roba che vi offro ne pagate solo la metà. Se vale cento, non ve la do per novanta e nemmeno per ottanta. Ma che dico? Neanche per settanta. Oggi mi voglio rovinare: datemi cinquanta e non se ne parli più!"
Ad addolcire un poco il frastuono delle mille voci che si rincorrevano e si intrecciavano fra le botteghe, le bancarelle, le case e la gente per strada, ogni tanto facevano la loro apparizione i musicanti, spesso ciechi: suonatori di violino, di fisarmonica o di mandolino che giravano per la città ripetendo continuamente il loro scarno repertorio. E tutt'intorno si radunava subito un gruppo di persone - più che altro ragazzi - che si dileguavano appena uno dei musicanti si faceva avanti con il cappello in mano.
Forse l'ultimo retaggio di quella civiltà è costituito da quell'ambulante, tuttora presente in alcune vie o piazze di Firenze, che vende trippa e lampredotto caldi.
Quasi sconosciuto in altre parti d'Italia, il "trippaio" esercita oggi il suo mestiere come il suo progenitore di cento anni fa: uguali gesti per estrarre il pezzo fumante di trippa dal pentolone che è a bollire fin dal primo mattino, stessi "semelli" o fette di pane sui quali viene sminuzzata la porzione di trippa ben speziata e poi, a richiesta, insaporita con della salsa verde. Qualcosa, certo, è cambiato in questi ultimi decenni: il mezzo di locomozione. Se prima i fornelli e il marmo sul quale si tagliava il pane, e lo si riempiva, trovavano posto in un carretto sormontato da un ampio ombrellone, oggi la bancarella è quasi sempre ricavata in un furgoncino. Il trippaio arriva sul posto, parcheggia il veicolo, solleva una fiancata che farà da tettoia e all'interno è già tutto predisposto, dal fornello a gas all'illuminazione elettrica, dalla bilancia al registratore di cassa.