I punti di contatto fra due giganti del ‘900 toscano e italiano

Scritto da Francesco Giannoni |    Luglio-Agosto 2017    |    Pag. 39

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Barbiana (Fi)

Barbiana (Fi)

Personaggi

Don Lorenzo Milani e Giovanni Michelucci, il prete e l’architetto. Contrariamente a quel che può sembrare, i due personaggi, a vario titolo due giganti del ‘900 toscano e italiano, hanno molti punti di contatto. Entrambi docenti, entrambi “architetti” dell’Uomo: il prete voleva far diventare uomini gli “ultimi” del Mugello, l’architetto progettava edifici in cui l’uomo si sentisse a casa, che fossero case o banche o chiese.

Giuseppe Cecconi, ex docente, scrittore, studioso di Michelucci e ammiratore di don Milani, ci illustra con passione e dedizione l’amicizia fra le due personalità. L’architetto, che ammirava il prete e teneva sul comodino le Esperienze pastorali, «saliva spesso a Barbiana - racconta Cecconi -. Da ultimo assisté allo sforzo sovrumano di don Milani che, sofferente per la malattia, sdraiato sulla brandina, scriveva con i suoi alunni la Lettera a una professoressa. Fra i due ci furono brevi colloqui e lunghi silenzi, ma “i silenzi furono più importanti dei colloqui”,come raccontò Michelucci. Quando don Milani decise di non ricevere più gli intellettuali, fece un’eccezione per Michelucci».

Erano docenti, e anche nel modo di insegnare erano simili: entrambi liberi, non accettavano compromessi nella loro missione. Conosciamo la storia di don Milani e di come nell’esilio di Barbiana desse dignità alla voce di tutti, senza respingere nessuno. Forse sappiamo meno di Michelucci; Cecconi racconta di quando Michelucci, nel dopoguerra preside della Facoltà di architettura a Firenze, «un giorno fu relatore della tesi di laurea di tre studenti che, sullo stesso argomento, avevano idee contrastanti che lui non appianò. Michelucci fu accusato dai suoi colleghi di non essere un Maestro, perché non aveva imposto la sua autorità. Si dimise e andò in esilio a Bologna, a Ingegneria».

L’architetto, con il triste ricordo di una scuola chiusa e autoritaria, negli edifici e nei principi, ne sognava una aperta al mondo. Progettò la scuola Angelo Roncalli di Pistoia; secondo Cecconi, «assomiglia alla scuolina di Barbiana: dai due edifici si vedono le colline e i monti, il verde dei boschi entra con forza nelle aule. Inoltre Michelucci vi realizza l’idea di dar più rilievo ai luoghi di transito e incontro (corridoi e scalinate), molto più spaziosi di quelli deputati allo studio in senso stretto. Anche a Barbiana l’unica aula era priva dei simboli propriamente scolastici (cattedra, registro): era un luogo di incontro, una piazza coperta dove ogni giorno succedevano cose diverse».

Prima che Michelucci salisse al monte, don Milani era sceso a valle: aveva portato i suoi ragazzi a visitare il cantiere della Chiesa dell’Autostrada (dedicata a San Giovanni Battista); «qui Michelucci - conclude Cecconi - consentiva ai muratori (di ogni parte d’Italia) di tirar su i muri secondo le loro tradizioni regionali e la chiesa non fu più dell’architetto, ma della comunità del cantiere. Stessa cosa avviene nella Lettera, piena di voci e di toni che formano un coro. Don Milani e Michelucci avevano avuto la stessa idea e cercavano di usare lo stesso metodo. Per questo si erano intesi al volo, senza bisogno di spiegazioni».


I luoghi dei due amici

Il nome di don Milani è legato a doppio filo a Barbiana. Nonostante sia una frazioncina di Vicchio del Mugello, arroccata sulle pendici del monte Giovi, è tale il suo valore simbolico che anche per papa Francesco è diventato luogo di pellegrinaggio e devozione.

Il nome di Michelucci invece è legato a molti edifici eretti in Toscana. Uno, fra i più importanti, è precluso a una normale visita: il Giardino degli Incontri, nel carcere fiorentino di Sollicciano. Ma altri li possiamo ammirare liberamente: la sede del Monte dei Paschi a Colle di Val d’Elsa, l’Osteria del Gambero Rosso nel Parco di Pinocchio a Collodi, la Borsa Merci e la Chiesa del Sacro Cuore Immacolato di Maria a Pistoia, la Chiesa della Beata Vergine Maria a Larderello, il Museo della contrada di Valdimontone a Siena, il grattacielo di piazza Matteotti a Livorno, la Chiesa di San Giovanni Battista al casello di Firenze Nord, infine la Stazione di Santa Maria Novella e la sede della Cassa di Risparmio in via Bufalini a Firenze.


L’intervistato

Giuseppe Cecconi, ex docente e scrittore


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