Precoce musicista immune dal servilismo imperante

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Settembre 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Disse no a Napoleone
Ad un musicista di talento
del Settecento non bastava la bravura per ottenere il successo; doveva anche avere un carattere del tutto particolare.
In un periodo in cui erano pochissimi i teatri (e solo nelle grandi città), meno ancora le scuole, e la musica profana veniva eseguita quasi unicamente nei salotti delle famiglie di altissimo lignaggio, il compositore con l'ambizione legittima di farsi ascoltare (e magari anche di tirarci fuori un utile), doveva per forza possedere delle qualità peculiari: prima di tutto era indispensabile trovare un ricco signore che lo prendesse sotto la sua ala protettrice, poi doveva in ogni modo compiacerlo, assecondare i suoi gusti, le sue tendenze, i suoi umori, perfino le sue lune.
In un periodo in cui la radio, i dischi, le cassette o i CD erano al di là anche dell'immaginazione e non esistevano diritti d'autore a tutelare in qualche modo chi creava musica, il compositore aveva davanti a sé scarsissime alternative: l'insegnamento o il mecenate al quale doveva sottomettere il suo estro creativo, pena il licenziamento.

Luigi Cherubini, compositore fiorentino vissuto a cavallo fra Sette e Ottocento, non possedeva nessuna delle caratteristiche appena elencate.
I suoi, pochi, biografi lo descrivono come un uomo burbero, scontroso, orgoglioso, che mai una volta nella vita (o, forse, in una sola occasione), ha compiuto gesti di servilismo, si è inchinato di fronte al potente per trarne un profitto economico. Eppure le occasioni non gli erano mancate.
Artista precocissimo - decimo di dodici fratelli, figlio di un "maestro di cembalo" al Teatro della Pergola e unico, in famiglia, ad aver assorbito il paterno amore per la musica - a sei anni aveva cominciato a prendere confidenza con le note, a nove aveva iniziato a comporre e a tredici il suo primo lavoro - una "Messa e Credo" a quattro voci con accompagnamento strumentale - era stato eseguito, stando ai cronisti dell'epoca, con "molto applauso" in una chiesa fiorentina.

Come tanti altri musicisti italiani di quell'epoca, decise di tentare la fortuna fuori dai confini della penisola e, dopo un breve soggiorno a Londra, si trasferì a Parigi e là decise di restare.
E fu proprio a Parigi che sprecò la prima grande occasione della sua vita. L'anno è il 1797. Napoleone Bonaparte è agli inizi della sua travolgente carriera di condottiero e, ancora "semplice" generale, dopo aver portato a termine la vittoriosa Campagna d'Italia, gli è entrata in testa tanta musica del Bel Paese che vorrebbe far conoscere in Francia.
Il 28 dicembre, il Conservatorio parigino organizza in suo onore un concerto il cui programma prevede musica del già famoso Giovanni Paisiello e anche di Cherubini. Al termine, Napoleone vuole incontrare il compositore fiorentino per parlare di musica e di programmi futuri. Ma Luigi non prova alcuna simpatia per l'altezzoso generale: intanto perché lo chiama "signore" e non "maestro", poi perché si dichiara entusiasta della musica di Paisiello e anche di quella dello sconosciuto Zingarelli, ma non fa una parola della sua composizione appena ascoltata. «Passi per Paisiello, ma Zingarelli...», avrebbe mugugnato a denti stretti Luigi.

Un secondo incontro avvenne due anni più tardi, quando Napoleone era già Primo Console e in pratica padrone della Francia.
Evidentemente aveva una grande stima di Cherubini, ma si sentiva ferito nell'orgoglio per il fatto che il fiorentino non compiva nemmeno il minimo gesto di sottomissione. E, per provocarlo, gli disse: «Io vado pazzo per la musica di Paisiello; mi culla dolcemente e mi mette in letizia. Voi possedete un bel talento, ma i vostri accompagnamenti hanno troppe note».
«Tante quante ne occorrono», rispose Luigi, secco. «Insomma, a me piace la musica monotona», avrebbe continuato Napoleone. E Luigi, ancora più seccamente: «Capisco; voi amate la musica che non v'impedisce di pensare agli affari di Stato».
In conclusione, un'altra opportunità di far carriera andata in fumo! E non c'è da meravigliarsi se proprio in quel periodo cominciarono ad affiorare nella psiche di Luigi i primi disagi di carattere nervoso.
Niente di grave, ma insomma: una certa abulia, mancanza di creatività (due anni senza comporre), pochi sorrisi... Fortuna che ha una moglie che lo adora e già tre bei bambini.

La terza ed ultima occasione per cambiare radicalmente la sua esistenza di compositore geniale ma, tutto sommato, scarsamente apprezzato - e ancor meno conosciuto - avviene nel 1805 a Vienna.
Luigi è con la famiglia nella capitale austriaca per scrivere due opere e dirigere alcuni concerti di musica sua. Durante il soggiorno, ecco irrompere di nuovo l'ingombrante figura di Napoleone, ormai padrone di mezza Europa dopo la vittoria di Austerlitz. Ma adesso è un Napoleone diverso; meno arrogante e disposto ad ascoltare più che a parlare. Invece Cherubini è sempre lo stesso, inguaribile, Cherubini.
Quando l'Imperatore gli chiede di dirgli qualcosa sulla sua opera Lodoiska, che aveva appena terminato, il mordace fiorentino non perde l'occasione per fargli capire che non ha dimenticato: «A Vostra Maestà non piacerebbe. Ci sono gli accompagnamenti troppo forti».
Napoleone fa finta di nulla e invita il maestro a dirigere alcuni concerti nella reggia di Schoenbrunn che l'imperatore si era fatto preparare per il suo soggiorno a Vienna. Cherubini accetta (questa può essere considerata l'unica occasione nella quale ha ceduto ad un atto di piaggeria), e tutto sembra procedere per il meglio.
Alla vigilia della partenza, Napoleone gli lancia l'offerta che nessuna persona normale avrebbe mai avuto l'ardire di rifiutare: gli chiede di accompagnarlo a Parigi. Un'offerta che in pratica significa piena fiducia e un futuro sotto la protezione dell'uomo più potente del mondo.
Ma ecco che il carattere di Cherubini si mostra di nuovo in tutta la sua schiettezza e anche alterigia. «Grazie. Non posso. Ho già impegni, qui a Vienna, che non intendo disattendere».
Così, con la partenza della carrozza imperiale se ne partirono anche tutte le possibilità di fortuna per l'orgoglioso Luigi. E invece ritornarono quei noiosi bruciori di stomaco, quel broncio, quella costante tristezza...

LA VITA
Una Medea per la Callas

Luigi Cherubini nacque a Firenze in una casa di via Fiesolana (una targa ricorda l'evento), il 17 settembre del 1760.
A dieci anni incontrò, probabilmente, il quattordicenne Mozart, già celebre, nella sua prima visita in Italia accompagnato da suo padre.
A Parigi conobbe la giovane Cecile Tourette, che sposerà nel 1794.
Insegnò e compose infaticabilmente,ma solo dopo la caduta di Napoleone ebbe i primi riconoscimenti ufficiali.

L'elenco delle sue opere è sterminato. Fra l'altro compose 32 opere liriche (la più famosa delle quali è, grazie anche a Maria Callas che la incluse nel suo repertorio, Medea), un balletto, una sinfonia, tredici messe, due requiem, 24 cantate, 47 composizioni da chiesa, sei quartetti, un quintetto...

Per saperne di più
Marco Ravera, Invito all'ascolto della musica di Cherubini, Mursia, 1996
Vittorio Della Croce, Cherubini e i musicisti del suo tempo, EDA 1983
Giulio Confalonieri, Prigionia di un artista, Editrice Genio, 1948