In Perù un movimento contro lo sfruttamento minorile

Scritto da Silvia Amodio |    Giugno 2012    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

La questione del lavoro minorile è assai complessa e controversa. È pure molto difficile stabilire quanti siano i bambini lavoratori nel mondo. Le fonti riportano cifre diverse, ma agghiaccianti anche nella migliore delle ipotesi. All'incirca si parla di 200 milioni di piccoli sfruttati, milione più, milione meno... Un problema diffuso in tutto il mondo, con dei picchi nei "paesi in via di sviluppo", Asia e Oceania in testa. Una condizione, quella dei bambini lavoratori, che si inserisce nel contesto politico, sociale e culturale dei vari paesi.
Facile condannarlo, ben più difficile estirparlo, là dove appartiene alla tradizione. Del resto anche in Italia fino a qualche decennio fa la manodopera infantile non era certo una stranezza. E allora forse, per prima cosa, bisogna capire dove e perché certi fenomeni si radicano.

Pedagogia della tenerezza
Alejandro Cussiànovich, sacerdote e pedagogo, ci racconta la sua esperienza in Perù: «Negli anni '60 facevo parte del movimento dei giovani operai cristiani ed è stato proprio vivendo a stretto contatto con loro che ho capito quanto fosse importante per queste persone il lavoro. Ce l'avevano scritto sulla loro pelle, apparteneva alla loro cultura e veniva vissuto con grande dignità. Così nel 1976, quando hanno deciso di organizzarsi e di fondare il Movimento Manthoc (movimento dei bambini e degli adolescenti lavoratori) l'ho subito appoggiato». Alejandro, che si definisce un semplice maestro, è in realtà anche un importante studioso; il pensiero sulla pedagogia della tenerezza è racchiuso nel suo ultimo saggio, Aprender la Condiciòn Humana. Concetti che esprimono lo spirito innovativo che caratterizzano il Movimento.
«Non è facile stabilire il confine tra sfruttamento e lavoro dignitoso - sottolinea il sacerdote - il Manthoc combatte lo sfruttamento e si batte affinché ai bambini e agli adolescenti lavoratori vengano riconosciuti dignità e diritti. Il lavoro deve essere adatto all'età e alle capacità del singolo individuo».


Si stima che in Perù
ci siano circa 6 milioni di bambini lavoratori, in città sono principalmente venditori ambulanti, lustrascarpe o impiegati in attività legate alla migrazione, mentre nelle zone rurali si dedicano alla pesca, alla pastorizia e all'agricoltura. Essi contribuiscono all'economia familiare per il 18%.
I bambini si avvicinano spontaneamente al Manthoc, spesso incoraggiati da un amico che fa parte del gruppo. Il movimento ha un'impostazione gerarchica molto precisa, dove sono proprio i bambini d'età compresa tra i 6 e i 17 anni, ad essere i protagonisti assoluti. Sono loro che eleggono i propri rappresentanti, così come i propri educatori, che spesso sono ex bambini lavoratori. I ragazzi sono responsabilizzati nello studio e nel lavoro, viene loro insegnato come gestirsi e organizzarsi e vengono guidati in una crescita personale, tenendo conto del carattere di ciascuno. Viene insegnato loro a guardare con senso critico la realtà che li circonda e a coltivare le proprie passioni.
I più grandi aiutano i più piccoli con spirito collaborativo e rispetto dei ruoli. Attualmente il Manthoc si trova in 27 località del paese e coinvolge circa 2800 bambini lavoratori.
Da oltre dieci anni Unicoop Firenze e ora la Fondazione Il Cuore si scioglie Onlus, in collaborazione con Arci Toscana, sostiene questi progetti.

Le bambine schiave
Altra figura straordinaria che si occupa per sua iniziativa personale dei bambini lavoratori è Vittoria Savio, ex docente di matematica in un liceo di Torino. Vittoria si è trasferita in Perù oltre trent'anni fa, e da allora ha dedicato la sua vita alle bambine schiave, come lei stessa le definisce. Gestisce un ostello per i turisti a Cuzco, una cittadina a sud del paese, a 3400 metri di altitudine; una parte della struttura è riservata alle piccole lavoratrici. Nelle zone rurali, spesso, le famiglie più povere mandano le figlie a servizio nelle città, dove però sono maltrattate e sfruttate. Dal 1994, Vittoria ospita nel suo ostello ogni anno fino a 400 bambine, che si fermano lì per un po' di tempo, studiano, crescono e trovano la loro strada, un lavoro e spesso un marito.
«Aiutare nelle faccende domestiche - ci spiega Vittoria - è parte della cultura, le bambine iniziano a pelare patate a tre anni; ma altra cosa è allontanarle dalla famiglia d'origine, privarle dell'istruzione e condannarle ad una misera esistenza, passando per ogni tipo di violenza. Ricordo una bambina di sei anni che ha suonato alla mia porta - o meglio - qualcuno ha suonato al posto suo perché era troppo bassa per arrivare al campanello, era piena di pidocchi che camminavano dalle sopracciglia ai capelli. Lavorava come guardiana di pecore, ma il pastore, di punto in bianco, aveva deciso che non aveva più bisogno di lei. Così si è ritrovata, improvvisamente, sola. Naturalmente non sapeva né leggere né scrivere. Aveva molta paura delle altre bambine: non aveva mai avuto modo di relazionarsi con delle coetanee. Quando l'abbiamo messa sotto la doccia calda, pensava che fossi in grado di fare miracoli, perché non le era mai capitato di vedere piovere acqua calda!».
Vittoria, ormai ottantenne, solo con il contributo di qualche volontario e pochissime risorse, salva migliaia di bambine. Questo è un vero miracolo!

Gli intervistati: Alejandro Cussiànovich, sacerdote e pedagogo; Vittoria Savio, ex docente.

(Le foto dell'articolo sono dell'autrice Silvia Amodio)