Raccoglitori di anacardi nella Foresta Amazzonica

Scritto da Silvia Amodio |    Settembre 2014    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Foto di S. Amodio

L’Amazzonia è il polmone verde per definizione e occupa dimensioni di tutto rispetto, oltre 7 milioni di km quadrati che toccano nove paesi del Sud America. Un serbatoio di biodiversità per eccellenza. Secondo un rapporto del Wwf, negli ultimi quattro anni sono state scoperte oltre 440 nuove specie, tra animali e piante, senza contare insetti e invertebrati. Nessun’altra parte del mondo vanta tanta ricchezza, eppure la deforestazione distrugge l’equivalente di tre campi da calcio al minuto.

Così, se da una parte si scoprono nuove specie, dall’altra, secondo il biologo Edward Wilson dell’università di Harward, ogni giorno se ne estinguono 74, tra animali e vegetali. Migliaia l’anno. L’80% della deforestazione è causata dagli allevamenti di bestiame, il resto dalla coltivazione della soia e dei biocombustibili. Si tratta di paesi in crescita economica, ma che applicano modelli di sviluppo non sostenibili. Tutto questo sta creando un danno irreparabile, anche a chi vive a migliaia di chilometri di distanza. È ora di prendere delle misure drastiche.

Il percorso dell’anacardo

Coop è in prima linea nella difesa dell’ambiente e lo fa concretamente sostenendo la vendita di frutta secca che nasce spontaneamente proprio in Amazzonia. L’acquisto dei prodotti Solidal contribuisce a dare un lavoro dignitoso e continuativo ai nuclei familiari che abitano la foresta. Il reinvestimento degli utili, concordato con i produttori, sostiene e promuove l’accesso ai servizi sociali, a quelli sanitari e all’istruzione.

Uno di questi prodotti è l’anacardo, un frutto apprezzato ma la cui pianta è sconosciuta alla maggior parte di noi. Come è sconosciuto il lungo viaggio che fa prima di arrivare sugli scaffali dei negozi.

Foto di S. Amodio
Il frutto ha una parte carnosa e succosa (in realtà da un punto di vista botanico è un falso frutto) che somiglia nell’aspetto, e un po’ nel sapore, a una mela, mentre all’estremità si trova un frutto secco, la noce dell’anacardo.

Questo significa che per avere una manciata di noci bisogna passare attraverso una procedura complicata che richiede molta mano d’opera e molto tempo. I frutti dopo essere stati raccolti vengono separati, quello succoso lavorato a parte per confezionare marmellate e succhi, mentre le noci vengono messe dentro dei cilindri di acciaio dove subiscono uno shock termico che facilita lo staccamento del frutto dal guscio.

Quest’ultimo viene tolto manualmente uno per volta; poi i frutti vengono messi in forno per ridurne l’umidità al fine di garantirne la conservazione. La rimozione della pellicina viene eseguita armati di un coltellino e di una pazienza certosina. A questo punto gli anacardi vengono selezionati per dimensione, colore e, come se non bastasse, quelli rotti vengono scartati!

Quindi sono pesati, impacchettati sotto vuoto e spediti via nave in un viaggio che può durare anche più di un mese.

Dal grezzo solo il 10% arriva a destinazione… Chi fosse tentato di dire che il prodotto è caro, senz’altro cambia idea dopo aver scoperto il lavoro che c’è dietro a ogni singola noce.

Foto di S. Amodio
La lotta di Chico

Il marchio Fairtrade garantisce che il prodotto è stato certificato secondo gli standard internazionali del commercio equo e solidale.

Un approccio etico che non tralascia la qualità delle materie prime che sono soggette a una serie di controlli rigorosi fin dall’origine.

Meglio preservare la foresta che distruggerla, lo aveva intuito in tempi lontani Chico Mendes, una persona semplice, analfabeta, che di professione faceva il seringueiro, cioè raccoglieva il caucciù dall’albero della gomma nella foresta dell’Acre in Brasile. Una risorsa che a cavallo tra ‘800 e ‘900 ha spostato centinaia di migliaia di persone in tutto il paese, arricchito alcuni e sterminato molti.

Chico ha lottato tra il 1970 e la fine degli anni ‘80 contro la distruzione della foresta per esportare legname pregiato, costruire strade e fare spazio ai pascoli. Alle sue occupazioni pacifiche, chiamate empates (letteralmente in portoghese blocco), a cui prendono parte anche donne e bambini, i proprietari terrieri reagiscono con la violenza. Il silenzio del governo è complice.

Foto di S. Amodio
Chico impara da adulto a leggere e a scrivere e diventa un personaggio noto a livello internazionale. Troppo scomodo: viene ucciso nella sua casa a Xapuri, davanti ai figli, il 22 dicembre 1988. La notizia della sua morte fa il giro del mondo, Chico diventa il simbolo di questa lotta e una riserva di un milione di ettari oggi porta il suo nome.

Ma è un dovere ricordare che oltre 1500 persone tra indios, contadini, religiosi, leader sindacali hanno perso la vita, senza clamore, per la stessa ragione: la difesa di un patrimonio che è di tutti. E lottare per questo è pericoloso: ancora oggi, qualcuno, in sordina, continua a rimetterci la vita.

Un gesto semplice, come la scelta di un acquisto, è un gesto forte e significativo, che può fare la differenza.