I nuovi strumenti elettronici che facilitano la vita dei malati

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2017    |    Pag. 44, 45

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

diabete Medicina

Indubbiamente il diabete mellito, quello di tipo 1, è una brutta “bestia”. Occorre iniettarsi l’insulina per sopravvivere, ricorrendo, in genere, a quattro iniezioni al giorno, controllando spesso i valori della glicemia capillare per gestire la terapia. Quindi altri buchetti sulle dita per prendere una gocciolina di sangue. Una patologia che insorge più spesso nell’infanzia e nell’adolescenza, comportando una vita di disagi. I pazienti sperano in cuor loro che la scienza possa compiere dei progressi per non doversi pungere così spesso. Al momento sono stati messi a punto nuovi strumenti per ridurre il disagio. Ilaria Dicembrini, endocrinologa della SOD Diabetologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, spiega di cosa si tratta.


Quanti sono i pazienti affetti da diabete in Toscana?

«L’incidenza, nel corso degli ultimi anni, è in aumento. In Toscana ci sono circa 550.000 persone diabetiche, di cui 50.000 affette dal tipo 1. Anche nel paziente con il tipo 2 si può avere talvolta la necessità di ricorrere alla terapia insulinica. Complessivamente, circa il 25% di tutti i diabetici toscani segue la terapia insulinica».


Cos’è l’automonitoraggio in continuo dei livelli di glicemia?

«Il controllo della glicemia sul sangue del polpastrello è una fotografia del valore glicemico in un momento della giornata. I progressi della tecnologia hanno portato allo sviluppo di sensori che, impiantati sottocute, consentono di conoscere l’andamento glicemico nell’intera giornata, come una sorta di film. Questi sistemi sono di due tipi: il primo esiste da tempo e misura in tempo reale la concentrazione del glucosio, funzionando come un guardiano in grado di avvisare il paziente, mediante allarmi, quando la glicemia sale o scende oltre i limiti di normalità. Questi sensori sono indicati per quelle persone che sviluppano una ridotta sensibilità nell’avvertire i sintomi dell’ipoglicemia e che senza questa tecnologia potrebbero correre gravi rischi per la loro salute. L’altro tipo di monitoraggio è quello a scansione. Si tratta sempre di un sensore impiantato sottocute che misura la glicemia e l’andamento glicemico soltanto su richiesta dell’interessato, senza allarmi, ogni volta che il paziente avvicina il lettore al sensore. Questi strumenti sono utili in genere per tutti i diabetici in terapia insulinica, dato che consentono di gestire con più facilità le dosi di insulina da somministrarsi, limitando l’esposizione a valori troppo bassi o troppo elevati».


Esistono poi i microinfusori di insulina, come funzionano?

«Sono i dispositivi più avanzati per la somministrazione del farmaco, consentono un rilascio in continuo di insulina mediante una piccola cannula impiantata sottocute, con una funzione simile a quella del pancreas di un soggetto non diabetico. A differenza di quanto avviene con le tradizionali iniezioni, questi strumenti richiedono un collegamento continuo con il sottocute, possono essere cioè distaccati dal corpo soltanto per un tempo limitato (fare la doccia, vestirsi), ma al tempo stesso offrono la possibilità di personalizzare al massimo l’erogazione del farmaco in rapporto alle singole esigenze, tipo di lavoro svolto, attività fisica, cibi consumati o a particolari condizioni di instabilità glicemica».


Questi strumenti decidono in modo autonomo quanto farmaco deve essere erogato?

«Certamente no, ma rappresentano il migliore strumento per garantire a un paziente, adeguatamente formato da professionisti, una somministrazione di insulina quanto più “adatta” e “precisa” alla condizione che si trova a vivere quotidianamente».


Da anni si parla di pancreas artificiale, cos’è e quali sono le possibilità che diventi di uso comune?

«Mentre nella persona non affetta da diabete i livelli di glucosio, pur mostrando delle oscillazioni nella giornata, vengono mantenuti entro un intervallo piuttosto ristretto, nel soggetto con diabete di tipo 1 queste oscillazioni possono essere molto ampie, con picchi iperglicemici soprattutto dopo i pasti o possibili ipoglicemie che, specie se notturne, oltre ad essere un pericolo per la salute del soggetto, causano ansia e stress nel paziente e nei familiari, peggiorando la qualità della vita dell’intera famiglia. I fattori coinvolti nella regolazione della glicemia sono numerosi e includono oltre alla dieta, l’attività fisica, le emozioni, lo stress, i farmaci, il ciclo mestruale, le malattie (anche un banale raffreddore). Gestire la terapia insulinica per un soggetto con diabete tipo 1 rappresenta ogni giorno una “missione”. Il pancreas artificiale nasce dall’idea di unire i sistemi di monitoraggio in continuo della glicemia e i microinfusori per l’erogazione dell’insulina, per dare al paziente la giusta dose in modo automatico. La ricerca tecnologica ha compiuto grandi progressi, tuttavia il pancreas artificiale ha ancora bisogno di dimostrare la propria sicurezza ed efficacia in studi a lungo termine nell’ambiente naturale del paziente, come quello domestico».



L'intervistata

Ilaria Dicembrini endocrinologa della Sod Diabetologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Careggi


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