A ogni territorio il suo vitigno. Le caratteristiche dei più famosi di Toscana

Scritto da Leo Codacci |    Settembre 1998    |    Pag.

Scrittore ed esperto in enogastronomia

La vite ha origini antichissime. Non c'è storia popolare che non abbia tradizioni legate alla coltura della vite.
Ancora oggi la vendemmia significa lavoro e fatica, ma è anche una grande festa alla fine affacciarsi in cantina per la rituale sbicchierata e l'allegro brindisi con i compagni di vendemmia. Un rituale che ogni autunno si rinnova, fin da tempi remoti. Basti pensare che le prime tre o quattro qualità di viti fossili risalgono addirittura ad ere in cui l'uomo non aveva ancora fatto la sua comparsa, in periodi che gli studiosi hanno chiamato Eocene, Oligocene e Miocene.
Le prime aree di ritrovamento nel mondo sono identificabili nelle zone attualmente occupate da Giappone, Stati Uniti e da tutta l'Europa occidentale.
Naturalmente c'è stata una grande evoluzione, scandita dal passare del tempo e delle glaciazioni.
Selezione naturale e selezione dell'uomo hanno reso molto diverse le varie specie, sia nella forma che nell'adattamento all'ambiente.
I vitigni da cui provengono gli ottimi vini italiani appartengono alla 'vitis vinifera', di cui fanno parte ad esempio la vite Trebbiano e la Sangiovese, dai chicchi piccoli e dai chicchi grossi, quest'ultimi popolarmente conosciuti anche come 'palle di gatto'.
Le radici di alcuni vitigni sono fittonanti (vanno cioè verso il basso) ed altre sono orizzontali.
Circa cento anni fa l'Europa venne devastata dalla filossera, un parassita che distrusse quasi tutti i vitigni.
Ci si accorse allora che non era prudente continuare a piantare viti locali ma che era più opportuno coltivare viti straniere, come quella americana, refrattaria alla filossera, da innestare poi - una volta diventata robusta - con il vitigno più adatto al territorio di coltivazione, salvandolo così dalla terribile filossera.

Vini di Toscana
Tra i bianchi meritano senz'altro una citazione, e un assaggio, il bianco di Pitigliano (Maremma), colore giallo paglierino, gusto asciutto con fondo amarognolo; il bianco vergine della Val di Chiana (fra Arezzo e Siena), giallo dorato chiaro, secco vivace armonico, talvolta leggermente tendente al frizzante e il bianco della Valdinievole (provincia di Pistoia), gusto secco, colore giallo dorato.
Tra i rossi come non ricordare il Brunello di Montalcino (Siena) rosso rubino, asciutto, leggermente tannico, caldo, vivace ma armonico.
E ancora il Carmignano (fra Firenze e Prato) rubino vivace, sapido asciutto, armonico pieno, morbido e vellutato e i tanti, troppi Chianti, talmente numerosi da mandare in confusione chi di vino se ne intende il giusto: Montalbano, Rufina, Colli fiorentini, Colli senesi, Colli aretini, Colline pisane e il più famoso Chianti Classico.
Il terreno del Chianti Classico è composto da nove comuni, di cui quattro per intero (Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti), quattro per buona parte del loro territorio (Barberino Val d'Elsa, Castelnuovo Berardenga, Tavarnelle Val di Pesa, San Casciano Val di Pesa) e uno per un piccolissimo fazzoletto di terra (Poggibonsi).
Per produrre il vino Chianti Classico vengono usate le uve Sangiovese, Canaiolo, Trebbiano, Malvasia.
Il Chianti Classico è particolarmente adatto per accompagnare arrosti, carne alla griglia, selvaggina e tutti i piatti tipici della cucina toscana. Se bevuto giovane può anche essere usato a 'tutto pasto'.