Scritto da Francesco Giannoni |    Settembre 2006    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Dell'amor sacro e profano
Che bel fresco
offre il bosco di faggi quando d'estate ci si perde in mezzo, e un lieve venticello fa tremolare le foglie e la luce del sole barbaglia fra i rami!
Dovevano pensarla così anche i santi che, numerosi, sceglievano quest'albero come riparo e luogo di preghiera. A Giovanni Gualberto un giorno uccisero il fratello. Giovanni non ci pensò due volte: perdonò l'omicida e decise di ritirarsi negli impenetrabili boschi di Vallombrosa, dove dedicò la vita a Dio e fondò l'ordine dei vallombrosani.
Proprio mentre si inerpicava sulla montagna che sarebbe diventata sacra per la sua opera, Giovanni fu sorpreso insieme a un compagno da una furiosa tempesta in cui era evidente lo zampino caprigno del diavolo. Era inverno, faceva freddo e intorno non c'era nessun riparo. Giovanni si avvicinò al tronco di un maestoso faggio, lo toccò e miracolosamente l'albero, spoglio e scheletrico fino ad un attimo prima, si coprì di foglie, formando con la sua chioma un ampio ombrello sotto cui trovarono riparo i due pii uomini. Oggi il nipote di quel faggio è al centro di una rotonda aiuola in muratura su cui è stata apposta una lapide che recita: "Fagus sanctissimi patriarchae Joannis Gualberti".

Ma non è solo l'"amor sacro" a trovare riparo all'ombra del faggio. Anche l'"amor profano" ha in questa pianta un complice discreto e riservato.
La giovane contessa Gherarda degli Aldobrandeschi soleva passare un periodo dell'anno in ritiro spirituale ad Abbadia San Salvatore. Aveva un amore segreto: Adalberto, feudatario di Chiusi; i loro furtivi convegni avvenivano sulle pendici boscose dell'Amiata.
Durante una gita a cavallo, Gherarda giunse in un'ampia radura delimitata da magnifici faggi e la elesse a sede degli appassionati incontri con l'amato bene. Come succedeva a quei tempi, la famiglia impose alla ragazza il matrimonio con un nobile signore, Orsino di Pitigliano. Ma Gherarda e Adalberto continuarono ad amarsi all'ombra dei faggi che circondano quello che oggi è chiamato, guarda caso, Prato della Contessa. D'inverno bambini grandi e piccoli ruzzano sulla neve; d'estate i suoi alberi danno una gradita ombra. Fra essi spicca il "faggio della contessa", una bella e secolare piantona alta 25 metri, discendente dei silenti testimoni della passione proibita di Gherarda e Adalberto.


LA SCHEDA
L'albero delle sedie

Il faggio (Fagus silvatica) è un albero alto anche 30-40 metri; il diritto tronco ha una corteccia grigia e liscia caratterizzata spesso dalla presenza di licheni. Le foglie, ondulate al margine e acute al vertice, hanno un colore verde scuro e lucido nella parte superiore, più pallido in quella inferiore; in autunno assumono una viva colorazione gialla; sono utilizzate come mangime per animali. Fiorisce in aprile-maggio. Il seme è oleoso; l'olio che se ne trae ha usi alimentari e industriali.

È una specie dal vasto areale, comprendente quasi tutta l'Europa fino al Caucaso e all'Asia occidentale. In Italia vive su piovosi rilievi fra i 1000 e i 2000 metri. Il legno, semiduro e dalla colorazione rosea, si usa nella creazione di mobili (celebri le sedie Thonet, dallo schienale curvo) e parquet, oggetti d'artigianato e nell'industria cartaria; è anche un ottimo combustibile.