Omicidio tra cugini nella Firenze del Cinquecento

Scritto da Mario Spezi |    Ottobre 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

Delitto fatto in casa 1
Che una ragazzina con il fidanzatino
faccia fuori mamma e fratellino, o che il nipote del piano di sopra sia capace di eliminare gli zii e poi di farli a pezzi, siamo pronti a esclamare: «Ma dove siamo arrivati?». Invece non è che il delitto in famiglia sia proprio una novità dei nostri tempi. Anzi, a ripensarci, il primo omicidio di cui si ha notizia, l'uccisione di Abele da parte di Caino, fu una faccenda tra fratelli e già quella volta il tentativo dell'assassino di farla franca fu decisamente goffo, visto che in giro per il mondo non c'erano altri cui inviare una comunicazione giudiziaria.
Non poteva andare diversamente nella Firenze del Cinquecento, teatro di omicidi di ogni genere, che uno Stephen King dell'epoca in cerca di ispirazione per un best seller si sarebbe trovato nell'imbarazzo della scelta.

Nella capitale del Rinascimento uno dei più celebri delitti casalinghi accadde proprio nella famiglia più in vista della città, i Medici. La notte della Befana del 1537 tal Lorenzo de' Medici soprannominato Lorenzino per la sua gracilità - che, cognome a parte, niente aveva a che vedere con "il Magnifico", ma era nato dal ramo povero della famiglia, i Popolani -, passò alla storia come Lorenzaccio per avere assassinato suo cugino il duca Alessandro de' Medici. Uccise, cioè, nientemeno che il nuovo tiranno della città, nonché figlio illegittimo di papa Clemente VII, che lo aveva fatto diventare signore di Firenze distruggendo con l'aiuto dei francesi la repubblica istituita dopo la cacciata dei primi Medici.
Il fatto è che il pontefice stesso era un bastardo, nel senso di figlio illegittimo, nato nel 1478 da "una donna libera", pare Fioretta del Cittadino, e da Giuliano de' Medici, proprio quello assassinato nella congiura dei Pazzi. Chiaro, quindi, che Clemente VII facesse il tifo per i Medici. Non potendo presentare come proprio figlio il suo bastardo Alessandro, un giovanotto con la pelle scura e i capelli crespi tanto che si diceva fosse mulatto, faceva dire in giro che era figlio naturale di Lorenzo duca d'Urbino il quale, a sua volta, non poteva replicare, essendo defunto nel 1519. Insomma, bastardo il duchino, bastardo il padre ma pur sempre Papa, comunque di un Medici si trattava e poteva, quindi, riprendere possesso del bel palazzo in via Larga, oggi via Cavour.
Tutte queste documentatissime e gustose notizie si trovano nel bel libro di Stefano Sieni "I segreti di Firenze" (Edizione Le Lettere), che traccia una per molti versi nuova e insospettabile storia della città gigliata.

L'assassinio del duca Alessandro da parte del cugino Lorenzo suscitò non poco stupore e non solo per l'enormità dell'atto, ma per quello che un investigatore di oggi chiamerebbe il movente. I due, infatti, erano stati proprio fino a quella notte amicissimi, anzi due "vitelloni" che dilapidavano tempo e denaro in bisbocce e "zingarate". «Alessandro - scrive Stefano Sieni nel suo libro - è stato descritto in molte maniere. Una cosa è certa. Era grossolano e violento e si circondava di gente della sua razza, pronta a seguirlo negli schiamazzi notturni e nelle incursioni erotiche. Magari in qualche convento». Fedele compagno in queste imprese gli era, appunto, Lorenzino, uno che da solo, nel proemio di una sua commedia, si chiamò "un omiciatto".
Ebbene, la sera del 5 gennaio 1537 Lorenzino attirò l'amico in una trappola. Con la scusa di procurargli un convegno amoroso, da una porta segreta lo fece entrare in casa sua e accomodare nella camera da letto. Lorenzino abitava in una casa in via Larga, proprio accanto a Palazzo Medici da cui era separata da una stretta stradina. Questa viuzza, dopo la notte del delitto, fu ribattezzata dai fiorentini non a caso via del Traditore e scomparve nel Seicento quando la famiglia Riccardi, che aveva acquistato il Palazzo di Michelozzo, ci costruì sopra le scuderie. Che in fondo tali sono rimaste, visto che oggi, invece dei cavalli e delle carrozze, ci sono parcheggiate le auto blu della Prefettura.

Quella notte di quasi cinquecento anni fa, Lorenzino aspettò che il suo riccioluto cugino si abbandonasse alle lusinghe muliebri per sorprenderlo con l'appoggio di un sicario, un robusto mugellano soprannominato Scoroncolo. Fu proprio l'"omiciatto" a colpire per primo con uno stocco. Il duca reagì disperato e con un morso quasi staccò un dito all'amico traditore, che tentava di tappargli la bocca. Dovette intervenire Scoroncolo, che finì la vittima a colpi di coltellaccio sul viso e sulla gola. La ricostruzione dell'omicidio, anche in assenza del Ris di Parma, risultò precisa: quando nell'Ottocento il sepolcro di Alessandro fu riaperto, si notavano sul teschio ben visibili i segni delle ferite.
Commesso il delitto, Lorenzino diventato Lorenzaccio, subito scoperto, fuggì, riparando prima a Bologna e poi a Venezia, dove si sentì al sicuro e dove si ricongiunse a un altro dei congiurati, Filippo Strozzi, con il quale tentò di ricompattare l'opposizione repubblicana. Ma invano, giacché nell'estate del 1537 l'esercito mediceo sbaragliò definitivamente le forze messe insieme dai fuoriusciti.

Lorenzaccio in quegli anni di latitanza aveva tentato di costruire un nobile movente per il suo delitto, spiegandolo in un'Apologia scritta qualche tempo dopo come un tirannicidio, necessario per ripristinare il regime repubblicano. Insomma, l'"omiciatto" tentò di accreditarsi come un nuovo Bruto che, uccidendo Cesare, aveva tentato di salvare le libertà repubblicane. Un'argomentazione che, probabilmente, in un moderno tribunale non avrebbe retto, visto gli assai poco nobili trascorsi di Lorenzaccio assieme alla sua vittima. Oggi, probabilmente, l'assassino sarebbe stato sottoposto anche a una perizia psichiatrica, dato che al suo gesto, dettato da un intreccio di motivi, certo non fu estraneo anche uno psicopatico spirito di rivalsa lungamente covato. Nel Cinquecento di queste cautele giudiziarie non ci fu bisogno: la memoria dei Medici non si annebbiò con il tempo e dieci anni dopo il delitto i sicari inviati da Cosimo I uccisero Lorenzaccio a Venezia.

PALAZZO MEDICI RICCARDI
Cubo austero ed elegante

Verso il 1445 Cosimo de' Medici, detto Cosimo il Vecchio, avviò la costruzione della propria residenza su via Larga all'angolo con via de' Gori. Rivolse la commissione dell'impresa all'architetto Michelozzo di Bartolomeo. Terminato dopo circa una decina d'anni, Palazzo Medici si presentava come un edificio nuovo nel panorama urbanistico fiorentino, capace di coniugare la tradizione (la pietra forte, il bugnato rustico, le bifore) con le nuove idee rinascimentali. Rispetto all'edificio odierno, ampliato nel Seicento, il palazzo di Cosimo il Vecchio appariva come una sorta di cubo austero ed elegante al tempo stesso, che si imponeva con una vista d'angolo a quanti giungevano dal Duomo: su via Larga la facciata era costituita da dieci campate, mentre altre nove componevano il fianco su via de' Gori.

Dopo un periodo di incuria, nel 1659 i Medici lo vendettero a Gabbriello Riccardi, marchese di Chianni e maggiordomo maggiore alla corte granducale, che lo acquistò, compresi tre fabbricati adiacenti al palazzo, al prezzo di quarantamila scudi. I Riccardi ampliarono l'edificio verso nord e in parte ristrutturarono gli interni. Gli interventi, di gusto barocco e particolarmente intensi negli ultimi due decenni del secolo, furono improntati, ma solo all'interno, al fasto spettacolare e all'erudizione ricercata. Tramontato tanto splendore, nel 1814 i Riccardi vendettero il palazzo ai Lorena, regnanti sul granducato di Toscana.

I locali di Palazzo Medici Riccardi, ormai di proprietà demaniale, furono adibiti a sede di uffici amministrativi con ingenti lavori di ristrutturazione. Dopo l'Unità d'Italia, fra il 1865 e il 1870, mentre Firenze era capitale, il palazzo divenne la sede del ministero degli Interni. Nel 1874 l'edificio fu acquistato dalla Provincia di Firenze, che ne è tuttora proprietaria. Palazzo Medici Riccardi fa parte del circuito dei grandi musei fiorentini: conserva molte opere, tra cui la celebre "Cavalcata dei Magi" di Benozzo Gozzoli. Superbo anche il cortile quattrocentesco, opera di Michelozzo.


Palazzo Medici Riccardi
Via Cavour 1, Firenze
Orario 9-19, chiuso il mercoledì

Biglietto 4 euro, ridotto 2,50
Visite su prenotazione

Tel. 0552760340


IL LIBRO
Versilia in giallo

Ormai è un dato acquisito nella geografia del giallo e del noir italiano: ci sono i milanesi, gli emiliani, i siciliani e i sardi, ma da un po' di tempo ci sono anche i toscani. Autori, cioè, «capaci di riportare sulla pagina la specificità della loro terra con toni e modalità di grande effetto», come scrive Valerio Varesi nell'introduzione a "V" (Marco Del Bucchia Editore, pagg. 153, € 10), nuova antologia di ambientazione versiliese-viareggina, che raccoglie i lavori dei più noti esponenti di quella che ormai è definita "la scuola toscana".

Amore e morte in Versilia sono raccontati da Nino Filastò, Giampaolo Simi, Mario Spezi, Riccardo Parigi & Massimo Sozzi, Rossella Martina, Daniele Nepi, Graziano Braschi, Divier Nelli e Leonardo Gori.

Protagonisti dei racconti, più dei personaggi messi in scena, sono la passeggiata viareggina, le colline che contornano la Versilia, il mare, la cucina locale e un passato che ha fatto di quel tratto di costa anche un luogo letterario.
Delitto fatto in casa 2