L’antico carcere cittadino, oggi luogo d’incontri e di cultura

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2014    |    Pag. 10

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Fin dalla sua nascita e crescita, appena fuori delle più antiche mura di cinta della città, via Ghibellina si è caratterizzata per aver ospitato, in vario modo e a vario titolo, le carceri fiorentine. Dalla metà del XIII secolo all’interno del Palazzo del Bargello, in angolo con via del Proconsolo, alcuni ambienti ricavati nelle sue viscere sotterranee, vennero adibiti a prigioni.

Gli ospiti erano in genere, più che malfattori o delinquenti, dissidenti politici o avversari sconfitti nelle alterne vicende di opposte fazioni. E non era infrequente vedere all’esterno del palazzo che ospitava il Capitano del Popolo – una delle massime autorità cittadine – pendere impiccati o ciondolare teste di decapitati, spesso rei soltanto di far parte del partito più debole.

Quando qualche condannato riusciva a evadere, un pittore veniva incaricato di dipingere la sua effige sulla parete esterna del palazzo in una sorta di identikit del ricercato o come ammonimento per i passanti. Fra i grandi pittori che ebbero questo incarico, si annovera anche Andrea del Castagno che infatti si guadagnò l’appellativo di “Andrea degli impiccati”.

Le suore “murate”

Mezzo secolo più tardi e qualche isolato più avanti il Comune decise di costruire un vero a proprio carcere in quell’area dove oggi sorge il Teatro Verdi. Fu chiamata “delle Stinche” dal nome di un castello nel Chianti, dove i guelfi vinsero una battaglia e catturarono e imprigionarono alcuni membri della famiglia ghibellina dei Cavalcanti.

Inizialmente il carcere ospitava sia i colpevoli di reati politici che prigionieri di guerra; in un periodo successivo anche coloro che subivano tracolli finanziari – ossia i bancarottieri - oppure i debitori insolventi; dal 1359 fu aperto un settore adibito a manicomio criminale, riservato cioè a persone che avevano commesso un reato, ma venivano riconosciute malate di mente. Dopo cinque secoli avviene un nuovo trasferimento, sempre in via Ghibellina. Nella parte alta della strada, al confine con l’ultima cinta muraria, sorgeva, fino dal 1424, un convento di suore detto “delle Murate”.

Il singolare nome si spiega con il fatto che ogni donna, appena entrata, veniva letteralmente murata al suo interno. Si trattava dunque di una clausura strettissima che ogni ospite si autoinfliggeva dedicando la propria esistenza alla preghiera e all’isolamento.

Quasi quattro secoli più tardi, nell’aprile del 1808, durante la dominazione napoleonica, il convento – come altri sessantacinque edifici religiosi nella sola città di Firenze – fu confiscato alla Chiesa e adibito ad altri usi: come ospizio per i poveri, come sede di botteghe e laboratori artigiani, perfino come fabbrica di fuochi d’artificio. Fu solo nel decennio fra il 1840 e il 1850 che avvenne il definitivo trasferimento dei reclusi dalle Stinche alle Murate.

Anarchici, fascisti, rivoluzionari e partigiani

Nella sua non breve storia di istituto di pena e correzione, le Murate hanno ospitato svariate persone illustri; uno per tutti: lo scrittore e uomo politico Domenico Guerrazzi. Durante i moti rivoluzionari del 1848-49 fu a capo, insieme a Montanelli e Mazzoni, di un triumvirato che esercitò un potere dittatoriale sulla Toscana e fu rovesciato da una sommossa popolare.

Arrestato e condotto nel carcere militare del Forte Belvedere, fu poi a Volterra e infine alle Murate. Condannato a 15 anni di reclusione, ebbe commutata la pena nell’esilio in Corsica. Nei primi decenni del XX secolo, le Murate ospitarono non pochi anarchici e socialisti, a cominciare da Alessandro Scopetani e Giuseppe Pescetti (mentre nel carcere femminile di Santa Verdiana scontò alcuni mesi di carcere, e vi contrasse la tubercolosi, la rivoluzionaria russa Anna Kuliscioff).

Medesima sorte toccò in seguito agli antifascisti perseguitati dal regime; si ricordano fra gli altri Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Nello Rosselli. Ogni volta che si registrava un evento storico di violenza o di sopraffazione, esso portava come conseguenza una pena detentiva per qualcuno dei soccombenti.

Durante il secondo conflitto mondiale, le celle delle Murate si aprirono per partigiani o fascisti che non erano riusciti a dileguarsi in tempo. Qualche decennio più tardi è stato il turno di brigatisti o comunque di terroristi delle più svariate estrazioni ideologiche.

La trasformazione

Nei primi Anni ’70, in seguito alla riforma carceraria legata al nome di Mario Gozzini, fu decisa la costruzione di un nuovo carcere a Firenze che rispondesse meglio alle istanze di modernità ma anche di civiltà che i tempi richiedevano.

Al momento del trasferimento nella nuova struttura di Sollicciano, nell’aprile del 1983, erano presenti alle Murate circa seicento detenuti (sommando le ospiti del carcere femminile di Santa Verdiana e gli uomini della Casa di Reclusione di Santa Teresa). Come si presenta oggi il grande complesso dell’ex-convento ed ex-carcere?

Radicali restauri e impegnativi recuperi e ristrutturazioni gli hanno dato un nuovo volto che cerca di conciliare il mantenimento delle originarie caratteristiche con le necessità attuali. Ecco allora l’accorpamento di alcune celle per dare vita a micro-appartamenti; sui cortili dove prima i carcerati scendevano per la fatidica “ora d’aria”, adesso si affacciano ristoranti, caffè, negozi e uffici.

Un ampio settore è occupato dal Suc (Spazi urbani contemporanei) che costituisce una sorta di centro direttivo “…della progettazione cittadina relativa alle produzioni e ai linguaggi del contemporaneo, con specifica attenzione ai giovani sia come attori della produzione artistica che come fruitori”.

E infatti, l’intero braccio di una sezione è destinato ad artisti toscani, ma anche europei ed extracomunitari, che abbiano un progetto da realizzare: il Comune mette loro a disposizione lo spazio dove poter operare in piena libertà.

Un settore del carcere che si è preferito mantenere intatto è la sezione del cosiddetto “carcere duro”, costituito da piccole celle, isolate l’una dall’altra e prive, secondo il volere della direzione, di luce e di circolazione d’aria.

E proprio dal carcere duro si è cominciato a lavorare con un’artista contemporanea, Valeria Muledda, che ha inteso valorizzare il ricordo, grazie a installazioni sonore permanenti in dialogo con lo spazio delle celle. La presentazione del nuovo “Progetto Murate” - a cura dell’Associazione MUS.E. - è avvenuto nel mese di marzo.

Per informazioni: 0552768224 0552768558 info@muse.comune.fi.it ; www.lemuratepac.it

Dentro le Murate

Dal mese di marzo è iniziato un programma che prevede visite guidate in un intrigante itinerario che vuol ripercorrere, sul filo della memoria, i sette secoli di vita di questo straordinario complesso architettonico.

Foto di A. Fantauzzo