Un delitto in trattoria, dietro uno scenario di passioni politiche, attentati e tradimenti

Scritto da Mario Spezi |    Maggio 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

D'amore e d'anarchia 2
La distanza tra la libertà
e trenta anni di galera può essere a volte di soli pochi metri o di una manciata di minuti. Come in questo "giallo", che sembra costruito appositamente per un film di Clouzot, un mondo piccolo, personaggi che sotto una vita scialba nascondono forti passioni, uomini e donne legati a doppio, triplo filo, piccole strade di una città in cui tutti si conoscono.
E' il delitto dell'Archetto - in via La Nunziatina, nel più popolare quartiere di Pisa - la trattoria che diede nome all'assassinio del suo proprietario, poco più di un'osteria, nel 1971 600 lire un pasto completo e la libertà di parlare di bombe e di rivoluzione.

Ebbe un prologo tragico e politico, il delitto dell'Archetto, scellerata storia di sangue, amore e anarchia. Nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1971 una bomba, che avrebbe dovuto solo distruggere una macelleria sul lungomare di Marina di Pisa, scoppiò uccidendo il giovane G.P., 29 anni, sceso dall'auto per tentare di disinnescarla.
Tra i tanti personaggi legati all'estrema sinistra portati in caserma e interrogati, ci fu anche Luciano Serragli, il padrone dell'Archetto, un omino di 44 anni, completamente rovinato dalla silicosi prima, dall'alcol poi. Il suo interrogatorio, roba di routine.
Però quando i carabinieri lo rividero tre mesi più tardi, Luciano Serragli era un cadavere. Lo aveva trovato un contadino il 21 maggio sul monte Castellare, una collina che domina Asciano Pisano e tutta la pianura di Pisa fino al mare, vicino al rudere della villa diroccata che la gente della zona ha ribattezzato «la villa del polacco», a venti metri dalla "Buca delle fate", un crepaccio senza fondo che deve il suo nome forse all'eco che rimanda e che sembra risalire dai visceri della terra. Morto ammazzato, con una coperta sulla testa e una pietra perché non si scoprisse. Nessuna ferita.

L'indagine, ovviamente, cominciò in via La Nunziatina, dentro all'Archetto, e cominciò con una sorpresa: Luciano Serragli era scomparso da casa già da tre giorni, la notte tra il 18 e il 19, ma nessuno ne aveva denunciato la scomparsa.
L'oste viveva con la moglie Elsa e la figlia Nana, di neanche 17 anni, in un appartamento attiguo all'Archetto. Quasi di famiglia erano poi i due camerieri che lavoravano nella trattoria, Vincenzo Scarpellini, 34 anni mal portati, e Glauco Michelotti, 39 anni, aria da bel tenebroso. Oltre alla professione, i due camerieri avevano in comune la stessa fede anarchica.
Stando a Elsa e Nana, verso le 2 del 19 maggio era accaduto che quell'ubriacone del Luciano Serragli si era svegliato di pessimo umore tanto che erano volati pugni e schiaffi. Poi Luciano, disse Elsa, si fece aprire la cassaforte, prese più o meno 400 mila lire e se ne andò.
C'era però che il plaid scozzese che nascondeva il cadavere era, per ammissione della stessa Elsa, quello che veniva tenuto nel magazzino dell'Archetto. E poi c'era il fatto che la moglie, nel tentativo di spiegare perché non ne aveva denunciato la scomparsa, aveva detto che Luciano se ne era andato la mattina stessa del 19 maggio a Genova con suo amico, un ladro di nome Samuele Dei.
Ma la cosa non poteva essere: Dei era stato arrestato proprio il giorno prima della scomparsa. In via La Nunziatina e dintorni, infine, correva su tutte le bocche la voce, rapidamente raccolta dai carabinieri, che uno dei camerieri, Glauco Michelotti, se la intendeva con la giovane Nana e qualcuno era certo anche con Elsa.

Fu, inaspettatamente, Samuele Dei, il ladro, a dare ai carabinieri un "filo" interessante. Disse che pochi giorni prima della scomparsa di Luciano Serragli il cameriere Vincenzo Scarpellini gli aveva chiesto di procurargli un veleno molto potente perché voleva fare fuori l'oste dell'Archetto. Ora, poiché sicuramente Luciano Serragli era arrivato in cima al monte Castellare quando era già morto, i carabinieri ispezionarono la vecchia "1100" di Glauco Michelotti e proprio sotto il sedile accanto al posto di guida trovarono un bocchino identico a quelli che Luciano Serragli usava.
Poi in aiuto degli investigatori venne il più insospettabile dei personaggi che possa essere dato di trovare in un "giallo": un cercatore di farfalle, Stefano Talocchini, 22 anni. Il ragazzo era salito sul monte Castellare la notte del delitto, perché certi insetti possono essere catturati solo di notte. Saranno state le due e mezza, quando raccontò di essersi trovato la stretta strada sbarrata da una vecchia "1100" celestina ferma e con i fari spenti. Stava per scendere per vedere che cosa era successo, quando dalla sua sinistra e dal buio sbucò un uomo e subito dopo, dalla parte opposta, un altro. Talocchini riconobbe in quei due Scarpellini e Michelotti.
I due camerieri furono arrestati il primo giugno. La notizia che Scarpellini aveva subito cominciato a confessare arrivò in via La Nunziatina. Quella sera una folla minacciosa si radunò davanti alla porta sbarrata dell'Archetto minacciando di linciare Elsa e Nana che per gli amici di Luciano Serragli erano da considerare responsabili della sua morte. Dovettero intervenire i carabinieri che dispersero la piccola folla e portarono le due donne in un luogo più sicuro.

D'amore e d'anarchia
Nella vicenda entrarono poi lettere anonime
, supertestimoni, rivelazioni, che portarono anche all'arresto di un geometra della Provincia, Alessandro Corbara, un personaggio attivo nell'ultrasinistra pisana e, naturalmente, abituale frequentatore dell'Archetto. Nel corso di una perquisizione gli furono trovati armi ed esplosivi in un armadio.
Le armi, l'ombra del luogo stesso in cui era maturato il delitto, fecero intravedere dietro all'omicidio di Luciano Serragli uno strano fondale di anarchici e ultra che, seppure in modo casereccio, trafficavano con rivoluzione e guerriglia urbana. La conferma venne da uno studente che, per scaricarsi del peso che si portava addosso, finalmente si rivolse ai carabinieri. Si chiamava Michele Montemoli, anarchico in via di conversione, e raccontò che una sera di febbraio, mentre era a cena all'Archetto con la fidanzata, sentì il cameriere Scarpellini dire che anche a Marina di Pisa era in programma una serie di attentati contro commercianti fascisti che non avevano aderito a uno sciopero.
Quando la mattina del 14, in un bar, seppe che davvero a Marina di Pisa era stata fatta scoppiare una bomba contro una macelleria e che un ragazzo era morto, Montemoli ne fu sconvolto. Andò all'Archetto e chiese a Scarpellini se era stato lui il responsabile di quella tragedia. «Purtroppo è andata così. La via della rivoluzione è lunga e piena di sangue».
Anche Luciano Serragli sapeva chi aveva messo la bomba assassina di Marina di Pisa ed era, viste le sbronze, pericoloso.

Alla fine gli inquirenti credettero di avere in questo modo ricostruito quanto accadde la notte tra il 18 e il 19 maggio dentro l'Archetto.
A uccidere Luciano Serragli erano stati Glauco Michelotti, Vincenzo Scarpellini, la moglie Elsa e la figlia Nana. Scarpellini fece la micidiale iniezione di veleno. Glauco Michelotti partecipò all'omicidio per la relazione che aveva con Nana, che di lui era incinta. Elsa aveva le stesse ragioni per temere l'ira del marito. Va infine detto che fu ritrovata anche la bottiglietta di "Myotenlis" usata per la fatale iniezione.
Il processo finì il 13 luglio 1974. Alessandro Corbara fu assolto per insufficienza di prove dall'accusa di avere occultato il cadavere di Luciano Serragli, ma fu condannato a 9 anni e mezzo per l'attentato di Marina di Pisa; Glauco Michelotti fu condannato a 28 anni e 10 mesi di reclusione; 30 anni ebbe Vincenzo Scarpellini; Elsa fu condannata a 27 anni e 8 mesi, mentre la giovane Nana ebbe 14 anni.


LA MOSTRA
Da Londra e da New York

E' a Pisa che nacque la pittura occidentale. Nel Duecento la ricchissima Repubblica marinara attirò i più grandi pittori esistenti, che rinnovarono l'arte partendo dalla grande tradizione bizantina.
Se il più noto è Cimabue, il vero rivoluzionario fu proprio un pisano, Giunta: il più originale tra loro, godette di fama larghissima e mutò il corso della pittura in tutta Italia. Egli introdusse nella pittura i sentimenti, come richiedeva anche la nuova spiritualità di San Francesco.
Cimabue, con la sua pittura raffinatissima, trovò ispirazione in Giunta e nei suoi prosecutori, lavorò molto a Pisa e vi morì nel 1302 mentre eseguiva il mosaico dell'abside del Duomo, unica sua opera documentata. Già allora si imponeva anche a Pisa la nuova arte di Giotto, che si ispirava direttamente alla classicità, anche secondo le interpretazioni che ne offrivano le sculture di Nicola Pisano e di Arnolfo di Cambio.

La storia della fantastica nascita della pittura è in questi mesi documentata in un'eccezionale mostra a Pisa allestita al Museo di San Matteo, che ha sede nell'ex monastero affacciato sul Lungarno.
L'esposizione raccoglie la maggior parte dei capolavori superstiti di questo grande episodio dell'arte italiana ed europea, intorno all'inedita ricomposizione del dittico di Cimabue, oggi diviso tra la National Gallery di Londra e la Frick Collection di New York.
Si presentano per la prima volta tutte le preziose icone conservate nelle chiese del territorio pisano. È esposta anche la gran parte dei non molti capolavori di origine pisana conservati in Italia e all'estero.