Quali sono le lingue più diffuse, quali saranno, secondo gli esperti, quelle più parlate in un prossimo futuro

Scritto da Pier Francesco Listri |    Aprile 2004    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Ci è familiare, per le strade, l'espressione dei venditori extracomunitari "vu' cumprà"; quando io ero bambino giravano per le strade, anche di Firenze, - chissà poi perché - rari venditori cinesi, tutti specializzati nella vendita di cravatte, che tenevano appese sul braccio piegato, e la loro frase tipica era "clavatte, una lila".
Come accade quasi sempre quando sentiamo gli stranieri tentar di parlare la nostra lingua, prendevamo in giro quei rarissimi esemplari di un mondo, per noi, lontanissimo e sconosciuto.
Di tanto, in mezzo secolo, le cose sono cambiate, che oggi il mondo dovrebbe, e forse dovrà, studiare la nobile, variegata, difficile, lingua cinese.

Ma in tema di lingue, andiamo con ordine. La Chiesa cattolica ha abbandonato il latino; il francese - in Europa - ha ceduto il primato all'inglese; l'esperanto, lingua artificiale, ha fallito; all'interno dell'Unione Europea francese e tedesco si contendono un primato ormai tutto a vantaggio del secondo. Intanto, per ora, la lingua più parlata in Occidente non è, come si crede, l'inglese, bensì lo spagnolo. Ma a proposito di lingue siamo a delle svolte prossime e radicali.
Intanto, gloriose seppur rare lingue rischiano l'estinzione. E' il caso dell'aramaico, diffusa lingua dell'antichità, ufficiale nell'impero persiano, usata da Gesù di Nazareth: i giornali aggiungono che sta per scomparire definitivamente. Si vuole che un terzo dei tremila idiomi minori, parlati da minoranze nel mondo, entro cent'anni spariranno anche loro. L'economia detta legge, le guerre rivoluzionano i popoli, la globalizzazione fa la sua parte.

Anche nella sfera linguistica tutto spinge al globalismo. Sicché ai noti linguaggi universali della musica e delle arti, si aggiungono ora il linguaggio universale dei simboli e quello, basico (cioè elementare e universale) del computer. Del computer tutti sanno tutto; quanto ai linguaggi simbolici, che esprimono con segni o con figure avvertimenti o indicazioni (segno di pericolo, segno di uscita): basti pensare che in un grande aeroporto se ne contano fino a centocinquanta, mentre la segnaletica stradale è anch'essa un ricco e complesso alfabeto.
Ammesso dunque che la Torre di Babele abbia diviso, alle origini, gli uomini condannandoli a lingue diverse, oggi la globalizzazione impone che i cittadini del mondo cerchino il più possibile di intendersi tra loro. Perciò la domanda: quali lingue fare studiare ai nostri figli per il mondo di domani?

Linguisti e politologi non hanno dubbio. Il primato di lingua più parlata del mondo, utile anche agli affari e alla politica, toccherà alla lingua cinese, magari debitamente semplificata (operazione che già stanno facendo i cinesi stessi sul loro smisurato territorio).
L'impetuoso emergere economico di quello sconfinato impero che prima o poi lo imporrà, come seconda potenza mondiale, fa sì che quella antica e raffinata cultura plurimillenaria vorrà confrontarsi con l'ansia di occidentalizzazione che la Cina sta dimostrando.
Avremo un revival, dunque, anche linguistico, di quell'orientalismo che conquistò l'Europa, già dal Settecento. Futuri manager e uomini d'affari si chinino dunque sugli impervi ideogrammi.

L'altra lingua, per noi non meno difficile, che secondo gli esperti del quadro mondiale primeggerà domani, è l'arabo.
La diffusione notevole dell'islamismo sul pianeta, l'importanza strategica ed economica dei paesi arabi, ne fanno prevedere una probabile centralità, non solo nello scacchiere mediterraneo.
Non sarà una vera novità, bensì, in un certo senso, un ritorno al passato, considerando l'immensa influenza della cultura araba sull'Europa e sull'Italia dall'impero di Averroè fino almeno all'assedio di Vienna.
Dunque, anche per gli affari e per costruttivi rapporti politici, studiare l'arabo è oggi, se non indispensabile, almeno utile.

La saggezza biblica recitava: "In principio era il Verbo", oggi si dovrebbe dire "In principio è il capitale", perché è l'economia che muove le lingue del mondo. I nostri ragazzi sanno dunque che cosa studiare.


Parlano 7 mila lingue differenti i 6 miliardi di abitanti della Terra, ma solo 6 sono le lingue dominanti:
• mandarino (cinese), un miliardo
• inglese, 500 milioni
• hindi, 500 milioni
• spagnolo, 390 milioni
• russo, 280 milioni
• arabo, 250 milioni