Una testimonianza per non dimenticare

Scritto da Giovanni Lombardi |    Febbraio 2004    |    Pag.

Docente e direttore del periodico "Il segno di Empoli" E' nato e vive a Empoli. Giornalista professionista dal 1959, è stato docente negli Istituti Superiori e all'Università di Firenze. Critico teatrale e direttore artistico del Teatro Shalom di Empoli. Fra le sue opere, il volume "Agenda d'incontri", edito da Polistampa.

Dalle macerie alla guerra
Empoli 1944:
una città spettrale con le strade ingombrate di macerie, con i ponti fatti saltare dai tedeschi, con la stazione distrutta dai bombardieri americani e insanguinata dalla carneficina dei 157 abitanti della zona delle Cascine, mentre era ancora vivo il lugubre crepitio dei mitra che avevano falciato 29 innocenti vittime di una criminale rappresaglia tedesca. Da questo cumulo di macerie, materiale e dei sentimenti, di smarrimento morale, di paura per l'incerto domani, le risorse imprevedibili di una popolazione ricca di tradizione storica accesero la luce della speranza per uscire dalle tenaglie di una tragedia di sapore biblico.

Eppure fu possibile uscire da quella atmosfera beckettiana e si costruirono i primi gruppi generosamente operativi per affrontare la drammatica situazione e lo stillicidio dei disagi materiali, relazionali, psicologici. Un mondo da ricostruire. Fui testimone diretto di questo risveglio che vide in prima linea la Cooperativa operaia edile (l'attuale COE), impegnata ad affrontare il problema del ritorno alla funzionalità cittadina e il ripristino dei servizi essenziali, mentre la Cooperativa del Popolo, nata nel solco di quella drammatica esperienza di vita, si occupò dell'approvvigionamento alimentare mandando alcuni camion in ricognizione nelle zone vicine e lontane, con l'occhio preferenziale per i vecchi e i bambini.
Fu così che appena ventenne mi trovai coinvolto in questa avventura umana e sociale: di ritorno dal mio vagabondaggio nella campagna, dove mi ero rifugiato disobbedendo alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò dopo l'8 settembre, gettai le mie modeste forze dentro il generoso esempio popolare, non soltanto perché spinto dall'empito della solidarietà, ma per la rivisitazione critica del mio passato inquinato dall'insegnamento ricevuto in una scuola ideologicamente pilotata e culturalmente truffaldina. Il contatto che avevo avuto con decine di famiglie di contadini, la loro semplice vicinanza - di taglio fuciniano - rappresentò il collante del mio impegno politico e cooperativo. Così, con mio stupore - come ricorda una lapide marmorea nella sede della sezione soci di via Ridolfi - mi trovai chiamato (io studente di filosofia, soggiogato dalle pagine di Gramsci) nel Collegio dei Sindaci revisori a fianco di figure - da Ristori a Susini - che avevano alle loro spalle la lezione della lotta antifascista e del carcere.
Fu il mio primo contatto col movimento cooperativo (come ricordo nell'Agenda d'incontri) che ho mantenuto vivo negli anni successivi come collaboratore del giornale nazionale "La Cooperazione Italiana" e partecipe alle tante iniziative culturali ed educative promosse nell'area empolese-Valdelsa.

Nello stesso periodo, insieme ad un gruppo di studenti e di operai, demmo vita al Fronte della Gioventù che organizzò manifestazioni culturali (festival del cinema con Massimo Girotti coadiutore), scolastiche (con i premi pagella), artistiche (mostre di Farulli e Berti), sportive (circuiti ciclistici con Bartali e Magni dirigenti), teatrali (con spettacoli lirici e di prosa), dibattiti e incontri (da Pajetta a Vittorini). Grazie a questo contributo nato dal bisogno di ripresa, di impegno collettivo e di rinascita tornò a fiorire un timido sorriso di speranza.
A distanza di 60 anni rivivere le pagine di quel lontano passato significa capire le contraddizioni, le luci e le ombre del presente.
Mi capita spesso di incontrare i giovani per discutere con loro sugli aspetti inquietanti e anche luminosi del Novecento italiano, come ho scritto sulla rivista "Il Ponte", spolverando le pagine vissute anche se da un'angolazione modesta. Mi sono accorto che, malgrado i sintomi dilaganti del conformismo e dell'indifferenza, dei condizionamenti mediatici, riusciamo a vedere, come direbbe Jorge Amado, "la luce in fondo al tunnel".