Le forme del vetro

Scritto da Laura D'Ettole |    Febbraio 2002    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Dal fiasco alla toscanella
In principio fu il fiasco. Giovanni Bartolozzi, empolese, fondatore della vetreria Etrusca e scrittore, lo riafferma con decisione e non demorde. Il suo amore per questo contenitore lo ha portato a ricercarne la storia, ad indagarne gli aspetti antropologici e di costume. E a seguirne mestamente la decadenza, quando il mercato e le abitudini di consumo lo hanno soppiantato con la più razionale delle bottiglie, la bordolese.
«La bottiglia si è fatta strada perché è decisamente più adatta alla produzione in serie. Un'azienda vinicola oggi ne può imbottigliare 60/70 mila al giorno, contro appena 6/7000 fiaschi», sostiene Bartolozzi. E narra la storia di questa vittoria attraverso la memoria produttiva della sua azienda, la vetreria Etrusca appunto. Una delle poche empolesi rimaste dopo l'inesorabile sparizione del settore vetrario, avvenuta ormai già mezzo secolo fa. Nasce nel '51 per "gemmazione", ad opera degli ex dipendenti della vetreria Nardi, una delle grandi imprese accanto alla Del Vivo o alla Taddei, oggi scomparse. Ha 120 dipendenti, fattura circa 20 milioni di euro e dal suo stabilimento in provincia di Savona rifornisce alcune delle più importanti case vinicole italiane. Il suo processo produttivo Bartolozzi ama definirlo di "artigianato industriale".
«Fino agli inizi degli anni '50 il fiasco era uno dei recipienti più conosciuti al mondo», perché faceva parte del bagaglio naturale degli emigranti. Dentro immancabilmente c'era il Chianti, anch'esso forse uno dei vini italiani più noti all'estero. Mentre la Francia continuava a commercializzare i propri vini in contenitori ad hoc, che piano piano cominciano a dominare il mercato.
Dal fiasco alla toscanella
Ecco dunque le bordolesi (dai vini di Bordeaux), le bottiglie con la "spalla alta" che hanno un effetto di trattenimento per vini che potevano contenere un leggero deposito e che oggi rappresentano circa l'80% del mercato. E poi le borgognotte (dai vini di Borgogna), di "spalla" più cadente, in cui si mette il vino novello. Su queste tipologie, negli anni '70, le vetrerie italiane intervengono con il proprio estro creativo, e oggi queste "forme trasformate" vengono esportate in tutto il mondo: dalla California, all'Australia, al Sud Africa. Si differenziano per la pesantezza, l'altezza, il design. Variano molto di prezzo, fino ad un rapporto da uno a quattro. Una bordolese o una borgognotta in vetreria possono costare fra i 13 e i 51 centesimi di euro; le bottiglie da spumante fra i 23 e i 60 centesimi.
Un grande vino, il Sassicaia, sceglie ad esempio un solo tipo di bottiglia, la bordolese antica, e la personalizza con la stampigliatura del nome della fattoria sul fondo. Ma più in generale tutti cercano di trasmettere attraverso il contenitore il proprio "appeal" legato alla qualità.
Il mercato, al di là delle differenziazioni interne, è bloccato su queste poche tipologie di bottiglie. Qualcuno però cerca di agire controcorrente: «Ci siamo inventati la "Toscanella" - conclude Bartolozzi -, che ha una forma tutta sua, a metà fra la bordolese e la borgognotta. E' arduo farla penetrare sul mercato ma vogliamo tentare». La sfida però è davvero difficile.