Come si forma il prezzo degli ortaggi e della frutta. La tensione nei prezzi delle materie prime

Scritto da Laura D'Ettole |    Novembre 2007    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Dal campo al super 1
Un ortaggio s'aggira minaccioso per l'Europa:
è lo zucchino. Croce e delizia del consumatore, emblema dei rincari indiscriminati e del caro-spesa fuori controllo.
Quest'anno al rientro dalle vacanze un ruolo analogo è toccato anche a pane, pasta, e a tutti i derivati delle farine. Per le aziende i rialzi dei prezzi che oscillano fra il 10% e il 20% sono giustificati, in questo caso, dall'impennata dei prezzi delle materie prime e del grano in particolare.
Per chi si trova a fare la spesa, per le associazioni dei consumatori, la sensazione diffusa è che si tratti di rincari arbitrari e senza motivazioni reali. Un'impressione che "fa il paio" con quel senso di continua perdita di valore d'acquisto della moneta che ormai ci perseguita da anni.
Dove sta la verità? Per prima cosa occorre fare un passo indietro per capire qual è il meccanismo reale di formazione dei prezzi.

Ortaggi e frutta
Mentre scriviamo, agli inizi di ottobre, il famigerato zucchino con il fiore viene venduto sui banchi dei supermercati di Unicoop Firenze a 1,85 euro al chilo; pochi centesimi in più rispetto al suo costo all'origine che in poche settimane è schizzato verso l'alto, e dunque con un margine di utile decisamente negativo. Come è possibile questo scatto improvviso? Il fatto è che in alcuni periodi dell'anno, complici anche gli eventi atmosferici, si creano dei vuoti di produzione dovuti a vari fattori. L'offerta non ce la fa a stare al passo con la domanda, e i prezzi s'impennano. Questo è un meccanismo di mercato che tutti conoscono. Meno nota è la filiera del prezzo dell'ortofrutta dall'origine al punto vendita.
Com'è possibile, si chiedono i consumatori, che per un chilo d'arance siano riconosciuti al produttore 0,30 centesimi al chilo, mentre noi lo paghiamo sette volte tanto? Per avere un'idea dobbiamo ricostruire i passaggi che conducono l'arancia dall'albero fino al supermercato vicino a casa. Su un chilo d'arance raccolte sotto l'albero c'è dentro di tutto: buccia rovinata, scarti, frutti piccoli e giganti. Il primo passaggio che incrementa il valore è dunque costituito da aziende che raccolgono, immagazzinano, selezionano e calibrano il frutto. Lavoro che chiede tempo, tanta manodopera e impianti. C'è quindi chi le trasporta in giro per l'Italia (secondo passaggio), e poi c'è il grossista (terzo). Coop, ad esempio, salta quest'ultimo anello, ma evidentemente restano gli altri.
Alla fine di un lungo viaggio una parte del prodotto non è più buona per la vendita. E poi c'è la confezione (vaschette, pellicola trasparente, etichette), che spesso costa più del chilo di prodotto pagato all'agricoltore. E se non c'è la confezione - molti prodotti vengono venduti sfusi -, è il cliente a creare gli scarti, con la continua manipolazione dei frutti e delle verdure esposte alla vendita. Basta guardare cosa e quanto resta nelle cassette dopo l'ora di punta. Insomma, quanti chili occorre raccogliere dal campo per far passare effettivamente un chilo (di arance o di zucchine) dalla cassa del supermercato? Tutto questo incide sul prezzo finale del prodotto in maniera pesante.

Dal campo al super 2
Grano e latte
Apriamo il capitolo grano. Qui dobbiamo per forza partire dal mercato globale. Più del 90% della pasta che mangiamo in Italia è oggi prodotta con grano duro che proviene dall'estero. Ciò significa che quello che arriva sulle nostre tavole è strettamente correlato a quanto e che cosa stanno mangiando ora cinesi e indiani, e agli accordi internazionali di Bush. Già perché gli Usa, il più grande produttore del mondo di grano, ha riconvertito migliaia di ettari di terreno per destinarli ai carburanti bio. Questo ha creato una forte strozzatura sul mercato, a cui si sono aggiunte la siccità e i cattivi raccolti in Ucraina, Australia e Canada. Senza contare che miliardi di persone del continente "Cindia" (Cina e India) stanno introducendo sempre più nella loro dieta prodotti a base di grano e derivati. Messe insieme tutte queste cose hanno fatto schizzare in alto il costo del grano duro, che dagli inizi del 2006 è praticamente raddoppiato.
Al ritorno dalle vacanze il pressing dei produttori di pasta per incrementare i prezzi si è fatto sempre più stretto. Anche i produttori di pasta Coop (Rummo e Corticella) hanno chiesto un aumento del 15%. Coop ha risposto accollandosi gli aumenti, ma tenendo fermi i prezzi al consumo. Un'operazione onerosa, ma in linea con la propria strategia aziendale.
Il futuro cosa ci riserverà? La preoccupazione è che gli aumenti si estendano a macchia d'olio al mondo dei biscotti, merendine, ai prodotti da forno. Non sarà facile continuare a calmierare un mercato così in effervescenza.
Analoga la situazione del latte. Nuovi consumatori si affacciano per la prima volta sul mercato internazionale e i prezzi schizzano in su.
Come si vede si tratta di situazioni non contingenti, ma che determineranno tendenze nel lungo periodo. Due miliardi di esseri umani si apprestano a vivere e mangiare un po' meglio e questo determinerà nuovi assetti, una nuova distribuzione dei mercati e della ricchezza.

Dal campo al super 3


UNICOOP FIRENZE
Cosa c'è nel prezzo

Al rientro dalle vacanze Coop ha annunciato prezzi stabili fino a dicembre sui propri prodotti a marchio. Una strategia voluta per tentare di arginare una lievitazione indiscriminata dei prezzi al consumo dei generi alimentari, e che comporta necessariamente la rinuncia ad una parte di utile aziendale. Nell'acquisto di merce, Coop riesce a "saltare" un anello della catena, il grossista, che costituirebbe un aggravio economico nella filiera commerciale. Ma tutte le altre componenti restano, ad esempio nel settore ortofrutta: raccolta, selezione, imballaggi, trasporto. Una volta acquistato il prodotto il ricarico è costituito dai classici costi d'impresa: distribuzione (logistica), personale, spese generali, ammortamento degli impianti.

A questo si deve aggiungere una quota di utile che serve per remunerare l'investimento e migliorare le strutture. Attenzione a questa componente, perché si tratta di una leva importante, che distingue in modo radicale l'impresa cooperativa. Coop non lo mette in tasca, ma lo utilizza anche come margine di manovra per intervenire sui prezzi e calmierare il mercato.