Fra le saline alla scoperta di Mozia

Scritto da Matilde Jonas |    Febbraio 2004    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

Dai fenici a Garibaldi
I Garibaldini che vi sbarcarono
dovevano sapere che il territorio compreso tra Trapani e Marsala - allora come oggi - è tra i meno battuti della Sicilia: approdo ideale per chi voglia scendere a terra senza dare nell'occhio, nascosto com'è dalle quattro isole dello Stagnone e da una macchia mediterranea che l'insolita presenza di pini d'Aleppo, palme nane e bambù rende esotica. E grande fu di sicuro lo stupore dei Mille trovandosi improvvisamente proiettati in un paesaggio fitto di mulini a vento - principali strumenti di un tempo per pompare acqua e macinare sale - che richiama da vicino l'iconografia olandese.
Ma al verde che nel Paese degli zoccoli circonda le tozze strutture a tronco di cono, qui si sostituisce la geometria delle vasche di decantazione e un fitto di montagnole di sale, bianchissime sotto il sole cocente o aranciate sotto il riparo delle tegole: momenti diversi di un processo di lavorazione, oggi meccanizzato, che il Museo del sale di Nubia - un antico mulino nel cuore della riserva naturale istituita nel 1984 - ripercorre nella sua evoluzione storica.
A riproporre le metodologie di un tempo, il mulino cinquecentesco delle saline Ettore e Infesa, rimesso in funzione: a muoverne le grandi vele di tela il vento africano che incessante spazza l'isola, gravido di quello stesso "intrico aromatico nel quale - per dirla col Gattopardo di Tomasi di Lampedusa - l'avevano trovata Fenici, Dori e Ioni quando sbarcavano in Sicilia".

Dai fenici a Garibaldi 2
Erano stati i Fenici
- così i Greci chiamavano i Cartaginesi, da "phoinix", il rosso porpora dei loro tessuti - i primi a individuare in questa zona costiera dalle basse acque salatissime e dalla temperatura elevata le condizioni ideali per l'estrazione del sale, del quale conoscevano il potere conservante - da secoli gli Egiziani lo utilizzavano nel processo di imbalsamazione dei defunti.
La nutrita flotta di agili imbarcazioni di cedro del Libano aveva fatto di loro già nell'XI secolo a.C. i grandi dominatori di rotte e commerci tra Africa e Europa. Lungo le coste era stata creata una fitta rete di punti di attracco per le navi in rotta nel Mediterraneo e di stazioni commerciali: testa di ponte, la Sicilia Occidentale.
L'abbondanza in Laguna di murici, dai quali ricavavano la porpora, aveva indotto i Fenici a impiantare su una delle isole dello Stagnone una mothya - ovvero una filanda.

In breve Mozia diventò uno dei più importanti centri punici: a testimonianza le imponenti rovine, Tophet compreso, copia fedele e inquietante del Santuario di Cartagine di Baal-Hammon, dio al quale venivano immolati i maschi primogeniti. A collegare la città alla terraferma una strada di 7 km, appena sotto il pelo dell'acqua - tuttora transitabile - sulla quale potevano incrociarsi comodamente due carri. Mozia fu distrutta da Dionisio, tiranno di Siracusa, nel 397 a.C., quando gli interessi commerciali di Cartaginesi e Greci - approdati nell'VIII secolo in Sicilia Orientale per fame di terra - entrarono in rotta di collisione.
Gli abitanti dell'isola scamparono sulla terraferma, a Lylibeo, l'odierna Marsala, città ricca di testimonianze puniche, romane, normanne, arabe e spagnole. L'antica colonia è tornata alla luce grazie a Giuseppe Whitaker, che nell'800 aveva acquistato l'isola per costruirvi una villa, oggi sede del museo che raccoglie i preziosi reperti rinvenuti nel corso degli scavi.