Progettata da Michelucci è un capolavoro del razionalismo

Scritto da Iacopo Cassigoli |    Marzo 2001    |    Pag.

Giornalista

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Da mostro a monumento
La stazione di Santa Maria Novella forse è un capolavoro, ma è qualcosa di talmente fisso che non puoi farci posare neppure una mosca senza cambiarla». Questo pensava Giovanni Michelucci della sua opera senz'altro più celebre, che lui tuttavia non amava particolarmente. Oggi, altro che mosca verrebbe a posarsi su questa architettura, oramai parte integrante del contesto storico-artistico della città, se pensiamo che, proprio nell'anno che si appresta a celebrare il decennale della scomparsa del grande architetto pistoiese (e il centodecimo anniversario della sua nascita), circola la voce che il maestoso salone della biglietteria corra addirittura il rischio di essere trasformato in uno shopping center.
C'è poco da dire e da criticare a tal proposito: si tratta, piaccia o meno, di un inevitabile segno dei tempi, se consideriamo che il centro storico di Firenze è diventato tutto un grande centro commerciale, o se preferiamo, una specie di Disneyland del Rinascimento per un turismo sempre più mordi e fuggi.
Oggi la stazione è considerata un monumento del secolo appena concluso. Con la sua mole macigna e così fiorentina, è certamente un'opera d'arte del Novecento e costituisce con la sua complicata storia anche una vera e propria galleria, testimone del gusto e delle arti in Italia attorno alla metà degli anni Trenta. Le tempere murarie delle sale dei buffet sono di Ottone Rosai; la splendida palazzina reale - costruita nel 1935 di fianco alla stazione - è la parte dell'edificio che Michelucci sentiva più sua. Realizzata tutta in marmo fior di pesco della Carnia, con l'esedra e la vasca, accoglie il gruppo scultoreo allegorico di Italo Griselli "L'Arno e la sua valle", mentre la galleria di testa, quasi come un fregio classico, propone un'ininterrotta teoria di fotografie dei monumenti delle città italiane, opera maestosamente didattica degli Alinari.
Quelli furono anni in cui il vivace dibattito in seno ad una cultura ufficiale dimostra quanto il fascismo fosse spaccato tra coloro che, come la storica dell'arte Margherita Sarfatti, sostenevano il razionalismo e si battevano affinché il Novecento avesse una sua arte e quanti invece si schieravano dalla parte di un'italica tradizione di revivals medievaleggianti, pensando con intonazioni retoriche di fare in architettura quanto aveva fatto il Carducci in poesia, proseguendo stancamente la corrente eclettica del secolo precedente.
Il caso della stazione di Firenze si incunea proprio al centro di questo dibattito. «Quella stazione fu l'oggetto di un epico scontro fra il conservatorismo più cieco e la parte più giovane e sveglia della cultura dell'epoca - racconta Romano Bilenchi in un'intervista -. Non come gli scontri di oggi che si annullano l'un l'altro senza costruire nulla. La prima lettera a favore del progetto di Giovanni Michelucci e del Gruppo Toscano la firmammo in undici. Oltre a me ricordo, fra gli altri, Rosai e Berto Ricci, che dirigeva L'Universale, la rivista dei giovani sulla quale scriveva anche il critico della Nazione Aniceto del Massa. Anche Vittorini era con noi, ci si opponeva ad un edificio trecentesco con i merli. Un obbrobrio, un falso. Noi si disse: se la stazione è ben fatta, con una architettura del Novecento, ci va bene quella progettata dal Gruppo Toscano, non quella specie di monumento con i barbacani nel mezzo che servono solo a far perdere il treno alla gente».
Lo stesso Michelucci testimonia la durezza dello scontro nella sua ultima intervista prima della morte: «Ricordo che Soffici un giorno mi fermò e mi chiese: è lei l'autore di quella boiata? E Giovanni Papini mi domandò: è tuo quel mostro? Un altro tempo. Poi venne l'invidia, persino l'odio. Ma io, come ho sempre fatto, me ne sono disinteressato».
La stazione che oggi vediamo fu progettata e poi costruita dopo un concorso indetto per impedire la realizzazione di un'architettura che Angelo Mazzoni (autore per altro delle stazioni di Siena e di Montecatini, che rappresentano senza dubbio uno dei vertici del razionalismo fascista di quegli anni) aveva ideato in stile neo medievale in ossequio alla tradizione trecentesca toscana, pensando che l'edificio non dovesse entrare in contrasto con l'antistante abside della chiesa di Santa Maria Novella. Come è ormai storicamente noto, il concorso bandito dal ministero delle Comunicazioni nel 1933 fortunatamente fu vinto dal Gruppo Toscano, composto dagli allievi di Michelucci che si erano associati col loro professore, presentando il progetto che costituiva una rielaborazione orchestrale della tesi di laurea di Italo Gamberini, uno dei membri del gruppo, operata naturalmente sotto la guida del loro padre culturale.
E così oggi Firenze, con i capolavori del Rinascimento può annoverare anche quest'opera d'arte del razionalismo.

Concorso in gruppo
Nell'ottobre del 1932 i laureandi Nello Baroni, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri, Leonardo Lusanna, l'architetto Pier Niccolò Berardi, associati con Giovanni Michelucci, costituiscono il Gruppo Toscano, partecipando l'anno seguente al concorso nazionale per l'edificazione della nuova stazione ferroviaria di Firenze. Il Gruppo risultò vincitore dopo una competizione incandescente combattuta dai membri della giuria, composta da personaggi quali Marinetti, Ojetti, Piacentini. I lavori furono condotti in un lasso di tempo assai breve. La stazione fu ultimata nel 1935. Fu tuttavia inaugurata con due giorni di ritardo rispetto alla data prevista, ossia il 28 ottobre, giorno dell'anniversario della rivoluzione fascista.