Una storia boccaccesca finita in tragedia negli anni '50

Scritto da Mario Spezi |    Marzo 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

«Che cosa ricordi di Cortona?», chiesi, ancora in auto, all'amico Thierry Laget. Ebbe come un sospiro e si passò la mano sugli occhi. Più tardi decisi che la risposta di Laget, raffinato e colto scrittore francese di Gallimard, profondo conoscitore e amante della Toscana, poteva essere un'ottima introduzione a questo "noir".
«Ricordo - disse infatti - due Cortona: quella che sale e quella che scende. Quella che sale è un labirinto di stradine senza porte e finestre, di scale strette, di archi, di muri ondulati, di pietre in mezzo alle quali nasce l'erba. Una specie di via Crucis dove nessuno verrebbe a vedere il Cristo. Quella che scende è molto diversa, perché, non essendo più gli occhi rivolti verso l'alto, scoprono il sole, una pianura immensa, il lago lontano e, più vicini, i tetti, i campanili, la forma delle strade e, infine, le finestre. Sembra che queste finestre siano aperte solo per guardare il cielo e che si disinteressino di quello che succede in terra. Insomma, vista dal basso, Cortona è la penombra un po' fredda di una città rigida, medievale; vista dall'alto è un osservatorio celeste».

Cortona terrena
Anche questo "noir"
è un po' terreno e un po' celeste.
Una mattina del gelido dicembre 1955, che sembrava che la Siberia si fosse trasferita a Cortona, il parroco della chiesa di San Filippo attraversava la piazza, spazzata da un vento crudele, per andare alla Curia dove aveva chiesto un colloquio con il vescovo Giuseppe Franciolini, lo stesso prelato che solo dieci anni prima, facendo ampliare il complesso architettonico del Gesù di fronte alla Cattedrale e ristrutturare un fabbricato annesso, aveva reso così come è oggi il Museo Diocesano, dove, tra tanti capolavori, spiccano l'Annunciazione dell'Angelico e le opere del cortonese Luca Signorelli.
Il parroco doveva parlare al vescovo di un altro prete, sul cui conto in tutta Cortona circolavano voci poco lusinghiere, don Amilcare Caloni, il parroco della canonica di San Marco, chiesa madre dell'omonimo Terziere.

Di don Caloni, un prete piccolo e magro di trentasette anni, con un paio di spesse lenti divise da un lungo e tagliente naso, uno sguardo profondo e inquietante, labbra carnose, si dicevano molte cose. Ma soprattutto si parlava di una sua condotta molto poco sacerdotale nei confronti delle donne. In particolare di una servetta, Celeste Palustri.
Tre anni prima don Caloni aveva celebrato nella sua canonica il matrimonio della ragazza con un soldato polacco, un certo Antonio Marchic. Grazie a quel matrimonio la servetta aveva dato un padre al piccolo Ugo, nato l'anno precedente a Perugia dove, diceva la donna, era a servizio presso una famiglia.
Ma quel matrimonio era strano e per più motivi: non solo nessuno aveva mai visto lo sposo; non solo nessuno vi aveva assistito; ma era finito perché quindici giorni dopo Antonio Marchi era partito e non era più tornato.
Il vescovo, dopo l'incontro con il parroco della chiesa di San Filippo, decise di sviscerare la storia fino in fondo e di parlare proprio con Celeste Palustri. Nella sua agenda il vescovo fissò come data dell'incontro il lunedì 30 gennaio 1956.
Lasciata Perugia e tornata a Cortona, Celeste si era appoggiata molto a don Caloni, che l'aveva presa a servizio, e portava frequentemente il piccolo Ugo dal parroco che lo teneva spesso anche a dormire. Il bambino finì per chiamare il prete "zio".
In realtà don Caloni era il padre del piccolo Ugo e in quel gelido gennaio 1956 Celeste era di nuovo incinta, di circa 3 mesi. L'appuntamento con il vescovo fissato per il 30 gennaio non ebbe mai luogo: domenica 29 fu l'ultimo giorno di vita di Celeste.

Cortona terrena
Fra una tombola e l'altra

La notte tra domenica 29 e lunedì 30, un contadino, nel riattraversare a piedi il ponte dell'Ossaia sul torrente Esse, notò qualcosa d'insolito sulla spalletta. Accuratamente piegato e anche abbottonato c'era un cappotto da donna e, accanto, un paio di scarpe pure da donna.
L'uomo guardò giù dal ponte e vide qualcosa di pallido, quasi bianco in mezzo alle acque nere. Era senz'altro un corpo umano: era Celeste Palustri senza più vita. Non sembrava avesse ferite.
La morte doveva risalire a sei, sette ore prima. Se la scena, il luogo, la posizione del cadavere e l'assenza di ferite suggerivano l'ipotesi del suicidio, altri elementi lo negavano.
In primo luogo le scarpe della povera Celeste trovate sulla spalletta del ponte dell'Ossaia: bagnate, ma pulite. Quindi la ragazza non era venuta a piedi fino al ponte.
Non solo: poiché il momento della morte doveva risalire a molte ore prima, bisognava dedurne che Celeste era già morta quando era stata buttata giù dal ponte.

Già, ma morta come? La risposta venne durante l'esame necroscopico: sul braccio destro di Celeste fu trovato il minuscolo segno di una puntura endovenosa fatta sicuramente il giorno della sua morte.
Veleno? L'indagine si trasferì subito nella canonica di San Marco, quella di don Amilcare Caloni. Tutto portava là: le fotografie trovate nelle tasche di Celeste, le voci popolari sulla relazione tra il prete e la servetta e, soprattutto, la circostanza che l'ultima volta che Celeste era stata vista era proprio in casa di don Caloni.
Quel pomeriggio nella canonica alcuni parrocchiani stavano giocando a tombola e tutti avevano notato che, a un certo punto, Celeste si era alzata ed era uscita dalla stanza seguita poco dopo da don Caloni. Il sacerdote era tornato nel salotto una ventina di minuti dopo; Celeste no.
Don Amilcare sembrava normale; poco dopo aveva ripreso l'uscio e se ne era andato. Era tornato che erano da poco passate le 19. La tombola era finita e nel suo salotto erano rimaste solo due persone, alle quali apparve agitato. Uscì di nuovo con una scusa. Nessuno rivide più Celeste.
Ricostruita praticamente minuto per minuto l'ultima giornata di vita di Celeste, era fin troppo chiaro che tutti gli indizi portavano a don Caloni, alla sua canonica e alla sua vecchia "Topolino".

La verità venne presto a galla: durante un sopralluogo nella canonica, i carabinieri trovarono una siringa usata con tracce di liquido sospetto. La perizia tossicologica accertò che Celeste era stata uccisa da una dose massiccia di "apiolo verde", un farmaco che avrebbe avuto funzione di "siero espulsivo".
Celeste Palustri era incinta di 3 mesi e voleva abortire; don Caloni non avrebbe certo potuto inventare un secondo matrimonio "polacco"; il prete aveva fatto un'iniezione alla donna, quando entrambi avevano lasciato la tombola; l'iniezione aveva avuto un esito tragico; don Caloni aveva portato il cadavere direttamente nel garage e lo aveva nascosto sulla sua "Topolino"; quindi, lo aveva trasportato fino all'Esse e lo aveva gettato dal ponte dell'Ossaia.
Si trattava, chiaramente, di omicidio colposo.

Prima che la notizia fosse divulgata, l'opinione pubblica era arrivata alle stesse conclusioni. Quell'inverno del '56 la neve era caduta abbondante. Quell'anno, a fare pupazzi di neve, ci giocarono anche i grandi, visto che qua e là sorgevano fantocci particolari: avevano gli occhiali, erano vestiti con una lunga palandrana nera chiusa sul davanti da una fìtta serie di bottoni. Circolarono ritornelli osceni, barzellette. Don Caloni era già stato giudicato. Fu condannato a 8 anni e 2 mesi per «procurato aborto in donna consenziente, seguito da morte». Prima di ritirarsi in camera di consiglio, i giudici chiesero all'imputato se aveva qualcosa da dire. Don Caloni si alzò e disse: «Desidero solo espiare davanti a Dio e riparare davanti agli uomini».

CORTONA
Acqua e vino Così descrive Cortona una delle prime guide che si conoscano, quella composta da Giacomo Lauro e stampata a Roma nel 1639: «È Cortona sottoposta al segno Meridionale-Astrale-Antartico, femminino, mobile, acre, terreo, frigido e secco ed è signoreggiata da...». «Dalla bistecca», qualcuno potrebbe essere tentato di dire, ricordando la stupenda e bianca Chianina e la sagra di metà agosto. Macché, il segno che sovrintende a Cortona è il fegato, forse per riparare alla circostanza di essere stata fondata - anche se documenti certi mancano - da Noè, proprio quello del Diluvio e dell'Arca, ma soprattutto l'inventore del vino che, si sa, bevuto in eccesso, non è un toccasana per il nobile organo.

Ebbene, sulle colline attorno a Cortona, dove si preparano eccellenti fegatelli di maiale, si produce un vino, il Bianco Vergine, già noto nei tempi antichi, perché veniva apprezzato per le sue qualità medicamentose tanto che, ancora oggi, alcuni lo consigliano per i malati di fegato.

Se il vino da queste parti fa bene al fegato, che dire dell'acqua? Non è Chianciano, fegato sano, a un tiro di schioppo? Cortona, come tutta la provincia di Arezzo, ha il primato delle donazioni di organi e, in primis, del fegato.

Se, infine, è esagerato far risalire Cortona a Noè, tuttavia della sua antichità non si può dubitare, tanto che i tre chilometri di mura furono costruiti dagli Etruschi nel V secolo avanti Cristo. Guidata da un Lucumone, la città era famosa per i suoi aruspici, sacerdoti ai quali era affidato il compito di prevedere il futuro e capire la volontà degli dei scrutando le viscere degli animali sacrificati e analizzandone... il fegato.