Cooperatori sociali a convegno
E' un appuntamento importante
per le cooperative sociali della Toscana aderenti a Legacoop. Il 29 settembre, nel salone Brunelleschi dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, si riuniscono per la prima volta in assemblea le 130 cooperative, e i seimila tra soci e dipendenti, che fanno capo all'Associazione regionale toscana cooperative servizi e turismo.
Sul tavolo ci sono diverse e numerose questioni da affrontare, a partire dalla riforma del Welfare e dal ruolo che le cooperative sociali intendono svolgere nel panorama della politica sociale ed economica della regione.

Le cooperative sociali si dividono in tipo A (si occupano di servizi sociosanitari ed educativi - gestiscono ad esempio residenze per anziani, residenze sanitarie assistite, asili nido - e di temi relativi alla tossicodipendenza) e tipo B (operano in tutti gli altri settori, ma per la maggior parte si occupano di pulizie, giardinaggio, gestione parcheggi, produzione di beni).
Nelle coop di tipo B il 30% tra soci e personale deve appartenere alle categorie cosiddette svantaggiate (portatori di handicap, malati psichici, tossicodipendenti, alcolisti, ex carcerati, minori con problematiche diverse).
In pratica, le A si occupano delle persone svantaggiate, le B occupano al loro interno queste stesse persone.
Nelle 130 cooperative sociali aderenti a Legacoop Toscana, che presentano un fatturato complessivo di 140 milioni di euro l'anno, oggi sono 425 le persone svantaggiate che lavorano.

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L'assemblea, che si intitolerà
"Quale benessere sociale? Qualità, innovazione, diritti", sarà un momento importante di discussione su temi particolarmente delicati, a cominciare dai tagli alla spesa pubblica e quindi ai servizi alla persona, che colpiscono soprattutto le cooperative di tipo A.
«Per quanto riguarda invece le cooperative di tipo B - afferma Angelo Migliarini, che si occupa del settore cooperative sociali per l'Associazione cooperative servizi e turismo - chiediamo ad esempio che enti locali e Asl ricorrano più spesso alla possibilità, offerta loro dalla legge, di non indire gare per appalti inferiori a 200 mila euro, rivolgendosi invece alla chiamata diretta delle cooperative sociali. Un altro grosso ostacolo è rappresentato dalla Consip, l'agenzia che a livello nazionale si occupa degli appalti dei beni per gli enti pubblici, che adesso si sta espandendo anche nel settore dei servizi, dal quale le cooperative sociali sono automaticamente escluse in quanto troppo piccole».

Cooperazione sociale
Tra storia e attualità
di Angelo Migliarini

Quando nel 1991 uscì la legge sulle cooperative sociali, in Toscana c'erano già un centinaio di imprese cooperative che si definivano sociali o di solidarietà sociale. Si erano impegnati a costituirle gruppi di cittadini, associazioni di genitori, rappresentanti del mondo del volontariato, tutte persone che non si accontentavano della realtà così com'era, che credevano in un'economia solidale e partecipata.
Erano nate per rispondere alle richieste di servizi sociali, sanitari, educativi ed assistenziali, che non sempre un ente pubblico riusciva a comprendere, selezionare e garantire. Rispondevano ai bisogni ma soprattutto ai diritti, e si prendevano cura di quei cittadini troppo spesso esclusi dalla società. Lavoravano assistendo a domicilio le persone anziane, gestivano comunità terapeutiche, centri diurni e residenze, oppure attività agricole, artigianali, industriali, con lo scopo di inserire nel mondo del lavoro quelle stesse persone a rischio di emarginazione.

Oggi le piccole cooperative sono diventate grandi e contribuiscono al benessere e allo sviluppo della comunità.
E' un dato facile da capire, perché le cooperative sociali creano occupazione sia direttamente che indirettamente: prendersi cura di un anziano che non può più alzarsi da letto o costruire un nuovo asilo migliora la vita delle famiglie, dà alle donne, che nella stragrande maggioranza dei casi si fanno carico del lavoro di cura e dell'educazione dei figli, l'opportunità di realizzarsi anche nel mondo del lavoro. I servizi sociali ed educativi sono dunque un investimento, e non un costo per le comunità.

Oggi le nostre cooperative sociali - in cui il sostantivo "impresa" e l'aggettivo "sociale" si mischiano per ottenere un unico valore complementare - sono sempre più consapevoli del proprio ruolo e del proprio spazio, e sempre più impegnate in un percorso di qualificazione: coscienti del fatto che l'efficienza dell'impresa e l'attenzione alla gestione non sono valori in contrapposizione a quelli originari, progettano e gestiscono una parte rilevante dei servizi sociosanitari ed educativi della nostra regione. Sono anche luoghi di cittadinanza attiva, di democrazia e di qualità sociale.
Molti giovani, forse perché stanchi di modelli di competizione sfrenata o perché alla ricerca di un diverso e più motivante modo di lavorare, si avvicinano alle nostre imprese.
Questo ci conferma che possiamo vincere quella scommessa intrapresa diversi anni fa, ben prima che qualcuno ci chiamasse "sociali".