I modelli di cooperativa e la tentazione di sparare nel mucchio

Scritto da Pippo Russo |    Febbraio 2015    |    Pag.

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

Pippo Russo Sociologo, scrittore e giornalista

La tentazione di generalizzare. È quella che ancora una volta è stata vista all'opera dopo l'esplosione dello scandalo romano denominato Mafia Capitale. Allorché il coinvolgimento di alcuni soggetti appartenenti al mondo delle cooperative ha offerto lo spunto a chi non perde occasione per metterne in cattiva luce il modello economico. E lo strumento maggiormente utilizzato per costruire un'immagine negativa è stato ancora una volta la semplificazione.

Il mondo delle cooperative è stato rappresentato come si trattasse di un monolite, anziché di quell'universo complesso che nella realtà è. Tale complessità va restituita per rendere giustizia sia alle diverse anime dell'universo cooperativo, sia alla stragrande maggioranza dei soggetti che in quell'universo operano onestamente per la produzione di valore sociale e non soltanto economico.

La tipologia delle cooperative è molto ricca, e tale ricchezza fa sì che i principi ispiratori dei vari tipi di cooperativa siano vari e non sempre coincidenti. Ci sono le cooperative di produzione e lavoro e quelle agricole, quelle di credito e quelle edilizie e d'abitazione. E soprattutto ci sono quelle di consumo, che a dispetto di quanto l'etichetta lasci intendere non hanno il mercato e la circolazione dei beni come soli obiettivi, ma piuttosto perseguono una missione guidata da una forte impronta valoriale.

È proprio la peculiare relazione col mercato a meritare d'essere rimarcata, e a segnare una differenza rispetto a modelli sociali e valoriali che le diverse organizzazioni cooperative mirano a costruire. Nel caso delle cooperative di consumo, questa relazione vede nel mercato non già il fine di una lunga filiera di attività, ma piuttosto un'arena in cui costruire socialità e rigenerare i rapporti di comunità. Una delle tante arene in cui condurre questa attività di costruzione, per dirla in modo più corretto.

Il comportamento di consumo diventa allora la premessa per la circolazione di valori e per la sperimentazione di stili di vita responsabili. Poste le cose in questi termini, ne deriva che è il senso stesso dell'istituzione cooperativa a essere ridefinito. L'agire in termini cooperativistici non si ferma alle transazioni di mercato, né l'attività delle organizzazioni cooperative fa riferimento esclusivamente ai loro associati.

Piuttosto, il criterio ispiratore delle cooperative di consumo è quello dell'inclusione attraverso i comportamenti di consumo responsabile. Il che significa fare uno sforzo per diffondere al di fuori della cerchia dei soci i valori e le pratiche di consumo individuati come virtuosi, e senza aspettarsi che tutte le persone coinvolte da queste pratiche debbano diventare soci.

Questo è lo specifico delle cooperative di consumo. Non soltanto un modello diverso con cui una realtà produttiva può collocarsi sul mercato, ma piuttosto un'idea d'uso del mercato stesso orientata alla produzione di socialità e buone pratiche. Una missione ambiziosa e esaltante, ma difficilissima tanto da realizzare quanto da comunicare. Per questo, nei giorni in cui la confusione sul mondo delle cooperative viene alimentata a arte, è bene tornare a rimarcare certi punti fermi.

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